di Chiara Cavalieri*
TEL AVIV- L’approvazione da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministro dell’Energia Eli Cohen del più grande accordo sul gas mai firmato da Israele con l’Egitto ha aperto un fronte di dibattito interno senza precedenti nello Stato ebraico. Un dibattito che non riguarda soltanto l’economia, ma tocca la sicurezza energetica, gli equilibri regionali e la competizione strategica nel Mediterraneo orientale.

Il primo allarme: le preoccupazioni interne
L’accordo – definito “il più grande nella storia di Israele” – prevede l’esportazione di circa 131 miliardi di metri cubi di gas naturale in 18 anni, per un valore complessivo stimato di 112 miliardi di shekel (circa 34,7 miliardi di dollari).
Netanyahu ha dichiarato che le entrate statali derivanti da tasse e imposte legate all’accordo raggiungeranno 58 miliardi di shekel, oltre agli introiti ordinari del settore del gas. Numeri imponenti, che spiegano l’enfasi del governo sul valore economico dell’intesa.
Tuttavia, qualche analista evidenzia come l’accordo non sia privo di rischi. Per essere attuato, richiederà investimenti infrastrutturali tra i 15 e i 16 miliardi di shekel, necessari per:
- l’espansione della capacità produttiva del giacimento Leviathan,
- l’ammodernamento delle linee di trasmissione,
- il rafforzamento della rete energetica nazionale.
Il governo sostiene che tali investimenti creeranno occupazione e aumenteranno la capacità di rifornimento del mercato interno, ma le critiche non mancano.
Il timore centrale: sicurezza energetica e prezzi dell’elettricità
Uno dei nodi più sensibili riguarda il possibile impatto sulle forniture nazionali di gas. Il quotidiano israeliano Yediot Aharonot sottolinea che circa il 70% dell’elettricità in Israele è prodotta da gas naturale, e che esportazioni su larga scala potrebbero far aumentare i prezzi dell’energia per i consumatori.
Per rispondere a queste preoccupazioni, il governo ha annunciato una serie di meccanismi di tutela, tra cui:
- la priorità assoluta al mercato interno,
- il divieto di esportare gas prima della piena copertura del fabbisogno nazionale,
- un tetto massimo al prezzo del gas fissato a 4,70 dollari per unità termica, indicizzato all’inflazione,
- l’obbligo per le compagnie di offrire diverse opzioni di prezzo,
- il divieto di praticare prezzi più alti nei contratti a breve termine rispetto a quelli di lungo periodo.
Nuovi poteri statali e tensioni con la compagnia elettrica
Tra le modifiche introdotte durante i negoziati, spicca l’ampliamento dei poteri del Commissario per il petrolio del Ministero dell’Energia, che dal 2032 potrà ridurre le esportazioni non solo per motivi di approvvigionamento, ma anche per ragioni di concorrenza o per garantire la domanda interna.
Nonostante ciò, la Israel Electric Corporation ha espresso sorpresa per le dichiarazioni del ministro Cohen, affermando di non vedere nell’accordo clausole vincolanti che garantiscano esplicitamente la fornitura al mercato locale. La questione è resa ancora più delicata dalla disputa in corso con i partner del giacimento Tamar, tra cui Chevron, finita in arbitrato a Londra, con il rischio di un aumento del prezzo del gas fino al 10%.
Anche la campagna “Lobby 99”, attiva sulle politiche energetiche, ha criticato l’accordo, sostenendo che le pressioni delle compagnie del gas abbiano portato il governo ad accettare l’esportazione di una quantità pari a un intero decennio di consumo interno, pur riconoscendo l’introduzione di alcune misure di tutela.
Il secondo livello: la lettura strategica
Secondo alcuni analisti, la decisione di Netanyahu di approvare l’accordo con l’Egitto mira a contenere l’influenza di Turchia e Qatar nella Striscia di Gaza, con il chiaro sostegno degli Stati Uniti.
Israele starebbe adottando una strategia a “movimento di pinze” nei confronti di Ankara, sfruttando la posizione rafforzata dopo la guerra delle “Spade di Ferro” a Gaza, durante la quale – secondo il quotidiano Yedioth Aaronoth – Tel Aviv avrebbe colpito in modo decisivo l’influenza iraniana e rimodellato la realtà regionale.
Gli assi regionali: Mediterraneo orientale e mondo arabo moderato
Il primo pilastro di questa strategia è la costruzione di un asse nel Mediterraneo orientale che includa Cipro e Grecia, ponendo Israele come vicino strategico della Turchia, una prospettiva che Ankara rifiuta apertamente, anche alla luce della presenza dell’aeronautica israeliana vicino ai suoi confini.
Il secondo asse è il rafforzamento dell’alleanza con quelli che il quotidiano israeliano Maariv definisce “Stati arabi moderati”: Egitto, Arabia Saudita, Bahrein, Giordania e persino l’Autorità Nazionale Palestinese. Tutti accomunati dall’interesse a impedire il ritorno di Hamas a Gaza e a respingere l’ingresso di Turchia e Qatar nel processo di ricostruzione.
Secondo il governo Netanyahu, Ankara e Doha sostengono apertamente Hamas e sono legate al movimento dei Fratelli Musulmani, percepito come una minaccia diretta alla stabilità dei regimi arabi se riuscisse a ristabilire un’influenza esterna sulla Striscia.
Il ruolo dell’Egitto e l’ombrello americano
In questo quadro, Maariv afferma che l’accordo sul gas non è solo commerciale, ma rappresenta una intesa strategica tra Tel Aviv e Il Cairo. Israele venderebbe gas a prezzi vantaggiosi per sostenere l’economia egiziana, in cambio dell’assunzione da parte dell’Egitto del ruolo di potenza dominante nella sicurezza e nella ricostruzione di Gaza.
Secondo il quotidiano, i proventi della ricostruzione verrebbero utilizzati anche per finanziare l’acquisto del gas israeliano, in un meccanismo che rafforza la centralità dell’Egitto. Un assetto che richiederebbe, tuttavia, un esplicito ombrello americano, con il coinvolgimento diretto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, chiamato ad approvare alleanze pensate per contenere l’influenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
Le dichiarazioni ufficiali israeliane
Netanyahu ha definito l’accordo “il più grande nella storia dello Stato”, stimando entrate di circa mezzo miliardo di shekel l’anno nei primi quattro anni, destinate a salire gradualmente fino a 6 miliardi di shekel annui. Secondo il premier, i proventi saranno investiti nell’istruzione e nelle infrastrutture, tutelando al contempo gli interessi di sicurezza di Israele.
Il ministro Eli Cohen ha parlato di un “momento storico economico, politico e di sicurezza”, confermando entrate fiscali per 58 miliardi di shekel e investimenti infrastrutturali immediati per 16 miliardi di shekel.
Oltre il gas
La conclusione è netta: ciò che sta accadendo va ben oltre un tradizionale accordo energetico. È una riorganizzazione delle mappe di influenza regionali, in cui Israele punta a consolidarsi come potenza energetica regionale, in competizione diretta con i progetti egemonici di Turchia e Qatar, utilizzando l’Egitto come perno centrale di un nuovo equilibrio nel Mediterraneo orientale e a Gaza.
*L’autrice e’ presidente della associazione italo egiziana ERIDANUS e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM.
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