L’architettura della guerra ibrida, la prova del patriarcato e la maternità sovversiva: l’attualità di Rita Segato
In un presente segnato dalla proliferazione dei conflitti, dalla frammentazione sociale e dall’incessante brutalizzazione dei corpi, La guerra contro le donne di Rita Segato, nell’accurata traduzione di Maria Biagiotti e Roberta Granelli per Meltemi, si conferma un’opera teorica fondamentale. Ben lontano dalle depotenziate letture liberali o dai fraintendimenti di un certo femminismo superficiale, il lavoro dell’antropologa argentina offre un’impalcatura analitica radicale capace di provare la struttura profonda del patriarcato, svelarne la pedagogia e delinea le forme di una reale resistenza.
A chi ancora liquida il patriarcato come una mera astrazione ideologica o un residuo del passato, Segato risponde fondando la sua esistenza su basi empiriche ed etno-sociologiche irrefutabili. Il patriarcato non è un’opinione, ma una struttura politica primaria, l’intelaiatura arcaica e permanente su cui si sono innestate la colonizzazione, il capitalismo e la modernità. L’autrice dimostra che la violenza di genere non risponde a una pulsione libidinale o a un raptus individuale, ma a una rigorosa logica giurisdizionale e corporativa. Ogni atto di violenza è l’adempimento del “mandato di mascolinità”, un’esigenza interna all’asse orizzontale dei pari, ossia la corporazione maschile, che richiede una prova continua di appartenenza e dominio.
Per comprendere fino in fondo cos’è la corporazione maschile teorizzata da Segato, occorre evidenziare come la struttura patriarcale si fondi su un vero e proprio patto omoerotico tra uomini: un’alleanza profonda, simbolica e strutturale in cui il riconoscimento e la convalida del potere avvengono esclusivamente tra pari del medesimo sesso. Per l’uomo, l’approvazione di una donna non ha alcun valore politico né reale peso identitario; ciò che conta è unicamente lo sguardo, il giudizio e la legittimazione degli altri uomini, del clan maschile. Quando il clan arcaico e visibile viene meno nella modernità, esso viene sostituito dalle sue forme surrogate: i gruppi di potere, le corporazioni professionali, le reti clientelari e le istituzioni dello Stato. Queste ultime nascono storicamente come spazi monosessuali e, anche laddove si aprano formalmente alla presenza femminile, ne mantengono una dinamica di minoranza subalterna e marginale (le donne restano eterna “minoranza”). In questa cornice, la donna non viene mai veramente accolta o accettata da pari nelle istituzioni maschili, se non come puro strumento, mezzo o funzione.
Questa riduzione della donna a funzione si manifesta principalmente nell’imposizione del lavoro di riproduzione sociale e di cura privo di salario. Il sistema patriarcale e le istituzioni statali tendono a negare un vero riconoscimento salariale a questa attività perché il salario porta con sé la cittadinanza politica e una serie di diritti inalienabili: il diritto alle ferie, al TFR, alla pensione, alla copertura previdenziale e alla libertà negoziale. Per mantenere il controllo e la subordinazione, il sistema preferisce sostituire il salario con un mero assegno di mantenimento o di sussistenza, utile a garantire la sopravvivenza biologica della donna e la prosecuzione dei suoi compiti di cura, ma idoneo a privarla dell’autonomia economica. La donna è così costretta a rimanere confinata nella funzione di erogatrice gratuita di benessere corporeo e domestico per l’uomo e per la società, senza mai poter fare ombra o “togliere la luce” all’autorità maschile.
Questa tesi trova conferma nei dati storici ed empirici sulla violenza espressiva che l’autrice analizza nel testo. L’esempio paradigmatico è quello di Ciudad Juárez, la città di frontiera messicana diventata simbolo globale del femminicidio e della violenza di rete. La cifra di 400 casi ufficializzati nei primi rapporti rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di una stima reale ben più drammatica, che parla di migliaia di donne svanite nel nulla e assassinate nel corso dei decenni, trasformando il territorio di confine in un’immensa fossa comune a cielo aperto. Come sottolinea la riflessione di Segato, non si tratta affatto di una violenza casuale o indiscriminata: le vittime sono quasi esclusivamente giovani donne operaie delle maquiladoras, lavoratrici povere, meticce, indigene o con marcati tratti nativi, migrate dalle zone rurali in cerca di autonomia economica. Per anni questo massacro sistematico è stato avvolto nel disinteresse e nel silenzio generale delle istituzioni, proprio perché la vita di giovani lavoratrici indigene o mezze indigene veniva considerata sacrificabile e priva di valore politico ed economico.
A questo disprezzo di classe e di razza si è sommata una spietata campagna di colpevolizzazione morale delle vittime (blaming the victim): per giustificare l’inerzia degli apparati investigativi, autorità e media hanno alimentato la narrazione misogina secondo cui queste giovani “se la fossero cercata”, insinuando che frequentassero locali notturni, conducessero una vita “immorale” o spendessero in modo “sconsiderato” il loro magro stipendio da operaie. Organizzazioni nate dal dolore e dalla determinazione delle madri, come Nuestras Hijas de Regreso a Casa, hanno smontato questa retorica rivelando la complicità strutturale tra cartelli del narcotraffico, apparati industriali, magistratura e forze di polizia. L’analisi di Segato dimostra come la tortura, la mutilazione e l’abbandono dei corpi nel deserto di Juárez siano una precisa tecnologia di potere: il corpo della donna lavoratrice e indigena viene squartato per inviare messaggi di sovranità territoriale tra bande e istituzioni deviate, riaffermando il controllo patriarcale sulla popolazione.
Analogamente, nel processo storico per i crimini commessi nella base militare di Sepur Zarco in Guatemala negli anni ’80, si è dimostrato in sede giudiziaria come la riduzione in schiavitù sessuale e domestica delle donne Maya q’eqchi’ fosse una strategia bellica “da manuale”, programmata dagli strateghi militari per demolire il tessuto comunitario. Come emerge dalle rilevazioni degli organismi internazionali nei contesti di guerra informale e parastatale, oltre il 70% delle vittime civili è costituito da donne e minori. La violenza di genere si configura così come un vero e proprio linguaggio: un messaggio cifrato che si serve del corpo femminile per comunicare sovranità, arbitrio e impunità tra i membri della corporazione.
Questa ripetizione metodica, spettacolarizzata e spietata della violenza produce un effetto pedagogico preciso, che Segato definisce “pedagogia della crudeltà”. Essa serve a desensibilizzare le coscienze, abbassare le soglie di empatia collettiva e abituare la popolazione all’inevitabilità dell’espropriazione. La crudeltà abituale insegna la sottomissione e azzera la capacità di sdegnarsi, trasformando il paesaggio della violenza in una cupa normalità sociale.
Questa struttura patriarcale si mostra in tutta la sua feroce attualità nella trasformazione della guerra contemporanea. Il modello classico di conflitto regolare interstatale, combattuto da eserciti distinti su campi di battaglia definiti, è ormai tramontato a favore di guerre ibride, asimmetriche e prive di confini netti. Nelle guerre informali contemporanee, condotte da un intreccio di eserciti, milizie parastatali, bande mercenarie e cartelli della criminalità organizzata, l’obiettivo non è più la semplice annessione territoriale, ma la distruzione psicologica, morale e culturale dell’avversario. Si mira a sgretolare la capacità di riproduzione sociale e comunitaria del nemico.
Nelle nuove guerre e nei contesti di criminalità sistemica, la stragrande maggioranza delle vittime non è costituita dai combattenti, ma dalla popolazione civile. Le donne, in particolare, sono diventate il primo target e il bersaglio d’elezione: essendo le custodi dei legami comunitari e della continuità sociale, la loro distruzione è la chiave per smantellare un’intera civiltà. La tragedia in corso in Palestina ne rappresenta la dimostrazione più plastica e drammatica. I dati forniti dalle Nazioni Unite indicano che circa il 70% dei morti accertati nei raid e nelle operazioni militari a Gaza è composto da donne e bambini. Questo dato drammatico conferma come la logica della guerra contemporanea non sia più lo scontro tra due forze armate sul campo, ma l’annientamento sistematico della popolazione civile e delle sue radici riproduttive e comunitarie.
L’efficacia della pedagogia della crudeltà si estende ben oltre i contesti di guerra aperta, condizionando la vita quotidiana in tempo di pace. La continua esposizione alla violenza genera rassegnazione e convincimento dell’onnipotenza maschile. Il sistema patriarcale offre alle donne un’illusoria promessa di accettazione e integrazione al solo scopo di non perderne la cooperazione. Tuttavia, si tratta di una trappola che richiede un prezzo altissimo: la sottomissione e l’accettazione del “ricatto della protezione”, in cui lo Stato o la figura maschile si propongono come garanti della sicurezza di fronte a una minaccia che essi stessi contribuiscono a riprodurre.
È proprio sul terreno della giustizia che la riflessione di Segato subisce le distorsioni più grossolane da parte di certo femminismo. L’autrice viene talvolta erroneamente tirata per la giacca come una sostenitrice del garantismo penale a favore degli aggressori, o al contrario accusata di disinteresse verso la punizione dei colpevoli. In realtà, Segato non entra affatto in questo dibattito stereotipato: non c’è in lei alcuna difesa del garantismo verso stupratori e autori di femminicidio, né l’intento di promuoverne un’assoluzione formale o un’indulgenza di Stato.
Segato sceglie consapevolmente di superare del tutto questa falsa dicotomia. La sua tesi è che non ci si debba aspettare nulla dalla giustizia statale, né nella sua veste punitivo-forcaiola, né in quella garantista o assistenzialista, perché l’intero impianto giudiziario e statale è modellato al servizio dell’ordine e del patto corporativo patriarcale. La solidarietà primaria degli apparati di potere non è mai verso le vittime, ma verso la conservazione della propria giurisdizione. Rimanere incastrati nella contesa tra giustizialismo e garantismo significa muoversi ancora dentro le regole del gioco stabilite dallo Stato patriarcale. Segato ci dice che non bisogna riporre alcuna speranza di liberazione o di riparazione in un sistema che è esso stesso espressione del dominio. Il problema non è riformare la giustizia maschile per renderla più o meno severa, ma smettere di considerarla l’orizzonte o la soluzione della violenza di genere.
L’unica via d’uscita additata da Segato è il superamento della delega e della passività attraverso la politicizzazione della dimensione femminile e il passaggio dal privato alla scena pubblica. Un nodo cruciale di questo processo riguarda l’analisi della maternità e il modo in cui il sistema patriarcale la manipola per riprodursi. L’ideologia patriarcale ed eteronormativa esalta e santifica la maternità solo a patto che questa si configuri come una vocazione strettamente oblativa, sacrificale e silenziosa. Lo Stato e le sue istituzioni celebrano la madre ideale perché essa garantisce l’enorme carico del lavoro di riproduzione sociale a costo zero, caricando sulle spalle delle donne la cura della vita senza alcun costo aggiuntivo per le casse pubbliche. Nel medesimo istante in cui questa maternità gratuita viene santificata, la donna comune, la donna lavoratrice, la persona con le sue aspirazioni individuali e la sua autonomia viene costantemente ridicolizzata, svalutata e confinata ai margini della rilevanza politica.
Quando le donne rifiutano questa clausura domestica e portano la maternità nella sfera pubblica, la maternità stessa cessa di essere un pilastro del sistema e si trasforma in una minaccia sovversiva. È quanto accaduto storicamente con le Madres de Plaza de Mayo in Argentina, nate dal coraggio di quattordici donne nel 1977 e giunte oggi a oltre 2.500 marce settimanali per rivendicare verità e memoria sui 30.000 desaparecidos della dittatura civico-militare. Ma è anche quanto accade oggi di fronte ai nuovi desaparecidos prodotti dai regimi autoritari, dalle mafie e dalla violenza di Stato in tutto il mondo. In Turchia, le Cumartesi Anneleri (le “Madri del Sabato”) si riuniscono dal 1995 nella piazza Galatasaray di Istanbul per rompere il silenzio sulle sparizioni forzate avvenute dagli anni ’80 e ’90 ad oggi, affrontando repressioni e divieti pur di chiedere conto al potere statale.
Allo stesso modo, la resistenza femminista trasforma il lutto in un’arma politica e di pace attraverso movimenti internazionali come le Donne in Nero (Women in Black), nate nel 1988 dall’iniziativa di donne israeliane e palestinesi per opporsi all’occupazione e alla militarizzazione, e poi diffuso nei Balcani, in Colombia e in Italia per denunciare la violenza bellica e i crimini organizzati. Nel contesto palestinese, i movimenti femministi e i collettivi di madri radunati nelle piazze e nei campi profughi incarnano proprio questa politicizzazione del corpo e della cura, denunciando come la violenza coloniale e l’occupazione colpiscano direttamente la vita quotidienne e la sopravvivenza delle loro famiglie.
Occupando le piazze e politicizzando il proprio ruolo, queste madri rompono la gabbia dell’oblatività passiva e trasformano il dolore in una forza d’urto sociale. Portando avanti nelle strade le battaglie di libertà e giustizia per cui i loro figli sono stati perseguitati o assassinati, esse compiono una vera e propria resurrezione simbolica: riesumano politicamente le ragioni di quelle vite e ne continuano la voce, rendendo la maternità un dispositivo d’ingovernabilità contro il patto patriarcale.
Sottrarre il corpo femminile, le sue funzioni e le sue relazioni dalla sfera del privato per restituire loro una politicità aperta e collettiva rappresenta la risposta più radicale alla pedagogia della crudeltà, l’unica strada in grado di disarticolare il mandato di mascolinità e la signoria del potere.
