La posizione più matura della destra occidentale degli ultimi anni nel libro di Russel R. Reno, Il ritorno degli Dei forti
Ho aspettato un po’ prima di scrivere questa recensione. Il testo di Russel R. Reno, Il ritorno degli Dei forti, edito da Liberilibri, è quel classico libro che un editore non vorrebbe farsi sfuggire. Un corpus complesso nei temi, al di là della scrittura, piana e scorrevole, resa ancora più gradevole dall’ottima traduzione di Stanislao Leone. Le idee messe in campo da Reno hanno bisogno di sedimentarsi e raccogliersi. La tesi di fondo dell’autore non è questione da poco: il mondo occidentale è, per lui, il frutto di un compromesso post bellico. Nel nome del “mai più”, riferito alle tragedie della seconda guerra mondiale, non solo la guerra, non solo la Shoah, non solo il sistema produttivo, non solo il tessuto sociale europeo lacerato (vale la pena ricordare che la resistenza non fu un fenomeno solo italiano, ma che pervase tutto il vecchio continente), le classi dirigenti iniziarono un processo ideologico, dagli ovvi risvolti politici ed amministrativi, teso ad amputare le “idee forti” a favore di un relativismo diffuso. Tale processo prendo il nome di “consenso postbellico”.
Il caposaldo ideologico che Reno indica come bibbia del consenso postbellico è l’opera di Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici. Un testo che regola i conti, anzitutto, con gli Dei forti della tradizione filosofica occidentale, Platone ed Hegel. Il totalitarismo, per il filosofo inglese, è il frutto di una mentalità chiusa. Per superarlo bisogna essere “aperti”, andando al di là delle affermazioni di verità, scartando tutto quello che l’Occidente ha fin lì considerato come fondamento.
Nell’operazione di Popper l’Essere in quanto categoria filosofica viene svalutato: senza il suo potere stabilizzante e duraturo l’uomo è ingranaggio intercambiabile. Non più soggetto, ma funzione: lavoratore, consumatore, agente del marketing di se stesso.
LE IDEOLOGIE COMPENSATIVE
Destra e sinistra, nell’età del consenso postbellico, hanno svolto, per l’autore, un gioco delle parti. La sinistra si è rannicchiata nelle rivendicazioni marginali, perdendo di vista l’Essere della battaglia contro il capitale e delle battaglie sociali, espungendo semmai, con la scusa di una decolonizzazione di facciata, le contraddizioni fuori dal territorio europeo. In patria le rivendicazioni erano solo di carattere liberale, volendo solo spazi di manovra per minoranze. Certo vi è una produzione di ideologia, ma questa ha un carattere compensativo: si crea una trascendenza artificiale e che ci indica, come via per la costruzione del futuro, il perenne agitarsi dell’attivismo.
L’attivismo, il movimentismo, hanno un limite. Èquello del raggiungimento dell’obiettivo. Se lo si centra manca la spinta propulsiva per andare avanti. Oppure, raggiunti i risultati, magari solo per far sopravvivere una struttura organizzativa, si sposta l’asticella sempre più in alto, fino ad arrivare a rivendicazioni prive di senso e a forme di battaglia politica meramente spettacolari, ma prive di un contenuto realmente evolutivo.
La cosiddetta “controcultura” è la massima espressione della società aperta e del consenso postbellico. L’arte è individualismo, merce. L’artista vende se stesso ma non riesce a ricucire una comunità. Le battaglie libertarie hanno ricadute più individuali che collettive.
La destra si è data al folklore, anch’essa dimentica dei suoi principi, si è rannicchiata nelle rivendicazioni a carattere economico, chiedendo più libertà di impresa, ma lontanissima dalla costruzione di un “noi” condiviso.
Di fondo, né destra né sinistra hanno avuto il coraggio della costruzione di un sistema. Ambedue sono agenti del relativismo e dell’atomizzazione degli individui.
IL MULTICULTURALISMO
Una delle tesi più audaci di Reno è che il multiculturalismo sia in realtà una delle massime espressioni dell’eurocentrismo. Esso si fonda su di un paradosso: critica e censura la cultura occidentale, ritenuta rigida e totalitaria, mentre la riafferma applicandola, ad esempio, alle culture teocratiche o di rigida ascendenza religiosa. Un esempio: si critica giustamente l’islamofobia in patria, ma si lascia correre sulla compressione delle minoranze religiose nell’Islam. O, ancora, si difendono le comunità ebraiche europee dall’antisemitismo e non si fa nulla quando gli ebrei ortodossi sputano, per sport, su sacerdoti e fedeli cristiani.
In realtà, e qui la cosa si fa interessante, il multiculturalismo in quanto ideologia serve a lavare la macchia del peccato originale del razzismo negli Stati Uniti e dell’antisemitismo in Europa. Non ha una funzione “politica” o sociale, ma meramente psicologica.
Su tutto una forma di efferato paternalismo. Il multiculturalismo in quanto ideologia è un’elargizione delle nostre classi dirigenti che si fa attivismo diffuso. È promossa, gestita e messa in pratica da occidentali (o da immigrati di seconda o terza generazione, che possiamo definire comunque “occidentali”). Loro dettano le regole, le parole d’ordine, gli schemi operativi. L’immigrato è un mero soggetto passivo.
Aggiungo una mia nota personale, dato che l’autore non si occupa di sistemi previdenziali europei, né tanto meno dell’INPS. La vulgata per la quale gli immigrati “salverebbero” con i loro contributi le nostre pensioni è quanto di più aberrante, colonialista e paternalista si possa pensare. Riduce a meri “pagapensione” usa e getta uomini e donne che hanno una dignità, una storia individuale e collettiva, una cultura di origine ancora più antica della nostra. Essi, in questa visione liberal progressista, sono solo strumenti per pagarci la casa di riposo.
POPULISMO
Per Reno il populismo è una reazione alla società aperta e alle sue contraddizioni. Esso chiede a gran voce una classe dirigente che sia capace di costruire “un rifugio” di comunità e tradizioni condivise. Un rifugio che, invece dell’”io” del consenso postbellico sia in grado di costruire un “noi”. Esso fallisce nella misura in cui non è in grado di distanziarsi dal pensiero debole della società aperta e non riesce ad andare al di là dell’individualismo piccolo borghese, anche nelle politiche pubbliche. Può essere antimercato, antiliberale, contro le élite, ma ne replica gli schemi per carenza di idee solide capaci di generare una vera alternativa.
I LIMITI DE IL RITORNO DEGLI DEI FORTI
Reno è un conservatore sui generis. Non troverete in lui tracce di antisemitismo o di razzismo, né, tantomeno, di criptofascismo. Come detto, siamo di fronte ad un lavoro estremamente complesso, che meriterebbe un’analisi molto più profonda e meditata. E’, nel campo dei conservatori, uno dei pochi tentativi di costruire un sistema filosofico dell’essere nel mondo. Parzialmente ci riesce, ma cede, rovinosamente, sulla questione del Gender. Reno, per gran parte del testo, si occupa di altro, di grandi sistemi, di concatenazioni storiche ed ideologiche. Di fronte a questo grande affresco la questione “morale” del Gender appare decisamente troppo piccola ed insignificante. Può essere certamente un fenomeno della società aperta, se vogliamo un figlio dell’individualismo spinto, l’autore può essere critico in nome delle sue scelte ideologiche. Può non piacergli. Tutto è possibile.
Ma l’attenzione dedicata al tema è talmente tanta che è come indicare, con sdegno, il cestino della spazzatura pieno davanti ad una discarica che ha preso fuoco.
Troppo è il discrimine tra l’altezza dei temi trattati e il rigurgito religioso moralistico con cui si tratta il tema del gender.
Reno è statunitense. La sua è una trattazione ampia, che tiene insieme tutto l’Occidente, ma che dimentica la social democrazia e la sua peculiare presenza in Europa. Sarebbe stato opportuno indagarne l’impatto, non sempre lineare, non sempre allineato alla società aperta e al consenso post bellico, e il tentativo di costruire un “noi” basato sulla qualità della vita degli uomini e delle donne, sui loro diritti sociali, sulla dignità del lavoro. Un “noi” che, fino ad un certo punto, in maniera dialettica e anche sofferta, è stato anche comunità e non mero isolamento degli individui.
