Roberto Roggero – Per la prima volta dall’inizio dell’aggressione all’Iran, avviene una frattura fra Washington e Tel Aviv: se il “biondone” vuole mettere un freno, se non lo stop, al conflitto, il premier genocida Bibi Netanyahu ribatte che il potenziale nemico non è ancora sufficientemente demolito e quindi è deciso a portare avanti la guerra.
Inoltre, in Casa Trump, si fa sempre più forte e determinata l’opposizione anche all’interno del partito repubblicano, che considera assolutamente sbagliata, soprattutto se si trasforma in una palude con sabbie mobili e provoca recessione, ed è sbagliata persino nel caso in cui il regime iraniano dovesse crollare. In tutti gli scenari, Donald “il biondone” avrebbe privilegiato una logica imperialista rispetto agli interessi concreti dei cittadini americani.
Non siamo più ai tempi in cui la Guerra Fredda stava ufficialmente terminando, e aveva decretato gli USA come prima potenza mondiale grazie al crollo dell’URSS, e Washington aveva assunto, per decisione unilaterale, il ruolo di cane da guardia del mondo.
Già nei primi anni Novanta, sotto la presidenza di George H. W. Bush, questa visione è stata ufficializzata in documenti che attribuiscono agli Stati Uniti una sorta di responsabilità nel mantenere l’ordine globale, come vero e proprio stato non solo di diritto, ma soprattutto di dovere.
In una parola, la gestione di un impero, per sostenere la globalizzazione e l’ordine internazionale.
Il fallimento di questa strategia sarebbe all’origine dell’ascesa politica del “biondo” Donald, come risposta alle amministrazioni sempre troppo distanti dalla strada e dalla middle class, che però lo stesso “biondo” Donald non ha saputo portare avanti, avendo tralasciato gli interessi interni del Paese e dato priorità a guerre enormemente costose che non hanno portato alcuna soluzione positiva. In sostanza, il “biondo” presidente ha seguito quella stessa logica che inizialmente aveva osteggiato, e gli americani si sono sentiti traditi.
Non a caso, la Cina, che sta conquistando sempre più porzioni di mondo senza mai impegnarsi in guerre conclamate, ha definito l’America come “tossicodipendente dalla guerra”, dimostrandone ampiamente l’inutilità, anzi, il fatto controproducente, soprattutto per quanto riguarda l’affare Iran, che comporta inoltre il pericolo reale di una nuova escalation e una maggiore solidità di quella leadership di Teheran che “il biondone” voleva a tutti i costi abbattere.
Aspetto non certo da tralasciare sono poi le ripercussioni dal punto do vista energetico, e a livello globale, dato che l’Iran ha il pieno controllo dello Stretto di Hormuz, la cui chiusura non è stata attentamente valutata dagli Stati Uniti, e i cui effetti a lungo termine vanno ben oltre le previsioni, con prezzi elevati dell’energia che ostacolano investimenti industriali, rallentano la produzione, mettono a rischio la strategia di sviluppo dell’industrializzazione che Donald definiva prioritaria. E ovviamente con conseguenze negative che si stanno facendo sentire nella maggior parte dei Paesi industrializzati del mondo, quali India, Giappone, monarchie del Golfo.
Altro aspetto prioritario, gli esorbitanti costi della guerra: centinaia di miliardi di dollari, sottratti all’economia nazionale e internazionale, infrastrutture, sanità, istruzione, tecnologia.
In conclusione, la guerra contro l’Iran non è solo un errore strategico, economico, commerciale, ma una catena di errori di valutazione, il cui scotto non sarà solo economico o militare, ma soprattutto politico e culturale.
