«La Cina esprime profonda preoccupazione e ferma condanna per l’attacco militare condotto contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che ha portato alla tragica scomparsa della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei.
Pechino si oppone fermamente a qualsiasi atto che violi la Carta delle Nazioni Unite e le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali. La sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Iran devono essere rispettate. L’uso della forza militare e gli omicidi mirati non sono strumenti accettabili per la risoluzione delle controversie e servono solo a minare gravemente la pace e la stabilità regionale.
Questa escalation militare rischia di innescare una crisi umanitaria e una spirale di violenza dalle conseguenze imprevedibili per l’intero Medio Oriente e per l’economia globale. Chiediamo con urgenza a tutte le parti interessate, in particolare agli Stati Uniti e a Israele, di esercitare la massima moderazione e di cessare immediatamente ogni azione ostile per evitare un conflitto su vasta scala.
La Cina sostiene fermamente il popolo iraniano nel difendere la propria stabilità nazionale e lo sviluppo del Paese. Continueremo a lavorare con la comunità internazionale per promuovere una soluzione politica e diplomatica, rifiutando fermamente la logica dell’egemonismo e della politica di potenza. Esprimiamo il nostro profondo cordoglio al governo e al popolo dell’Iran in questo momento di grave lutto nazionale.»
Analisi del fronte comune Russia-Cina dopo la scomparsa di Khamenei

La conferma della morte dell’Ayatollah Ali Khamenei non segna solo la fine di un’epoca per la Repubblica Islamica, ma apre un cratere nelle relazioni internazionali che Mosca e Pechino si sono affrettate a colmare con una fermezza senza precedenti. Se l’Occidente ha accolto l’evento come un momento di rottura, le dichiarazioni ufficiali dei Ministeri degli Esteri russo e cinese trasformano questo cordoglio in un manifesto politico del mondo multipolare.
Per la Russia e la Cina, l’attacco di Teheran non è stato un semplice atto bellico, ma un attentato al cuore del principio di sovranità. La Russia di Vladimir Putin, attraverso il suo Ministero degli Esteri, ha usato parole taglienti: ha parlato di “pressione egemonica” e di un tentativo deliberato di “smantellare l’ordine costituzionale” di una nazione sovrana. È un’accusa pesante che trasforma l’evento in un monito per tutto il blocco BRICS: oggi l’Iran, domani chiunque non si pieghi ai “dettami della forza”.
Pechino, dal canto suo, ha risposto con la sua tipica “fermezza silenziosa”. Citando costantemente la Carta delle Nazioni Unite, la Cina ha elevato la questione da scontro regionale a violazione sistemica delle norme globali. Per il Dragone, l’uso degli “omicidi mirati” non è solo un atto di violenza, ma un virus che mina la stabilità necessaria allo sviluppo economico globale.
L’Iran non è solo: La Geopolitica della Solidarietà

Ciò che emerge con forza in queste ore è che l’Iran, nonostante la perdita della sua Guida Suprema, non è isolato. La solidarietà espressa da Mosca e Pechino va oltre il semplice protocollo diplomatico. Si tratta di una solidarietà strategica. Entrambe le potenze hanno riconosciuto la legittimità delle istituzioni iraniane nel momento della transizione, inviando un segnale chiaro a Washington: qualsiasi tentativo di forzare un “cambio di regime” (Regime Change) durante questo vuoto di potere troverà un muro invalicabile nell’Eurasia.
Non possiamo dimenticare il lato pragmatico. La Cina è preoccupata per la stabilità delle rotte energetiche, mentre la Russia mette in guardia contro una “spirale di violenza fuori controllo”. Come ingegneri della società e della politica, Mosca e Pechino vedono l’azione occidentale come un fattore di entropia, un elemento di disordine che distrugge anziché costruire.
In sintesi, la risposta dei BRICS trasforma un evento tragico in un momento di ridefinizione degli equilibri globali. La morte di Khamenei non ha prodotto l’isolamento dell’Iran, ma ha accelerato la formazione di un polo difensivo multipolare che rifiuta la forza come strumento di cambio di regime, riaffermando che il destino di una nazione deve restare esclusivamente nelle mani del suo popolo.
