Teheran parla di “buon inizio”, Washington alza la tensione con un avviso di evacuazione ai cittadini americani
di Chiara Cavalieri
Muscat – Teheran- Dopo mesi di escalation, retorica bellica e instabilità regionale, Iran e Stati Uniti hanno ripreso venerdì in Oman un nuovo ciclo di colloqui indiretti sul dossier nucleare. Un ritorno alla diplomazia che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito “un buon inizio”, pur riconoscendo che la strada resta segnata da una profonda diffidenza reciproca.
Il round negoziale si è svolto a Muscat, sotto mediazione del ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi, e si è concluso dopo diverse ore con un’intesa preliminare: le parti torneranno a incontrarsi in una sessione successiva, in una data che sarà definita dopo consultazioni con le rispettive capitali.
Araghchi: “Può essere un buon inizio, ma dipenderà dalla controparte”

Parlando ai giornalisti dei media statali iraniani che lo accompagnavano, Araghchi ha dichiarato:
“È stato un buon inizio e può avere una buona continuazione, ma dipenderà dalla controparte e dalle decisioni che verranno prese a Teheran.”
Il ministro ha sottolineato che il processo negoziale è ancora fragile e che esiste una “sfida significativa” da affrontare prima di arrivare a un quadro condiviso.
La priorità iraniana: superare l’atmosfera di sfiducia
Secondo Teheran, il vero ostacolo non è solo tecnico, ma politico e psicologico: la sfiducia accumulata negli ultimi mesi, aggravata da conflitti e tensioni crescenti.
“Dobbiamo superare questo clima di sfiducia e poi definire il quadro per un nuovo dialogo che possa tutelare gli interessi del popolo iraniano.”
L’Iran si trova infatti in una fase delicata, dopo otto mesi turbolenti in cui le dinamiche regionali hanno alimentato il sospetto che Washington punti più a un indebolimento strategico che a un accordo duraturo.
L’Oman conferma: negoziati destinati a continuare
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha confermato su X che le parti hanno concordato di proseguire:
“Le parti hanno concordato di decidere sul prossimo round di colloqui in consultazione con le capitali.”
L’agenzia statale IRNA parla di un’“intesa per continuare i negoziati”, confermando che il canale diplomatico resta aperto nonostante la tensione.
L’avvertimento americano ai cittadini: pressione strategica prima dei colloqui
A rafforzare il clima di allarme, nelle stesse ore dell’avvio del negoziato, gli Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini residenti in Iran a lasciare immediatamente il Paese o, in alternativa, a predisporre un piano di evacuazione pronto che non preveda alcun aiuto americano.

La dichiarazione ha sottolineato che il traffico aereo iraniano potrebbe interrompersi in qualsiasi momento e che chi non può partire dovrebbe cercare un rifugio sicuro, con scorte essenziali di:
- cibo
- acqua
- medicine
- beni di prima necessità
Washington ha inoltre raccomandato di evitare di partecipare alle proteste, non attirare l’attenzione su di sé, seguire i media locali, mantenere i telefoni carichi e restare in contatto costante con le famiglie.
Tuttavia, dichiarazioni di questo tipo – proprio alla vigilia di colloqui delicati – rappresentano spesso più un mezzo di pressione e deterrenza negoziale che una reale preparazione a colpi imminenti: un messaggio calibrato per aumentare la percezione del rischio e rafforzare la leva americana al tavolo diplomatico.
Proteste interne e rischio cambio di regime
Parallelamente, l’analista del Medio Oriente Vali Nasr ha interpretato la fase attuale come una dinamica complessa in cui entrambe le parti si preparano al confronto, cercando al contempo di evitare la guerra.
Nasr ha evidenziato che le recenti proteste in Iran sono tra le più vaste dal 1979 e, diversamente dal passato, includono richieste esplicite di fine della Repubblica Islamica.
Secondo l’accademico, gruppi di esiliati sostenuti da Israele e Stati Uniti avrebbero incoraggiato la mobilitazione, mentre Trump avrebbe persino minacciato un intervento militare per favorire un cambio di regime.
Diplomazia regionale: il ruolo della Turchia e degli attori mediorientali
Nasr sottolinea inoltre che i negoziati sono sostenuti da una rete regionale che coinvolge:
- Turchia
- Arabia Saudita
- Qatar
- Oman
- Egitto
Un’architettura diplomatica che mostra come il dossier nucleare sia ormai inseparabile dagli equilibri geopolitici più ampi del Medio Oriente.
Obiettivi ridotti: un accordo minimo per evitare la guerra
Secondo Nasr, gli obiettivi iraniani oggi sono molto più limitati rispetto al 2015:
“Ora cercano un accordo solo per evitare la guerra. Le aspettative sono molto più basse.”
Restano sul tavolo questioni cruciali:
- uranio arricchito (circa 400 kg al 60%)
- accesso dell’AIEA
- limiti futuri all’arricchimento
- missili balistici iraniani
- sostegno a gruppi regionali come Hezbollah e Houthi
Conclusione: negoziati fragili ma inevitabili
Il nuovo ciclo di colloqui in Oman dimostra che, nonostante minacce, proteste interne e pressioni internazionali, né Teheran né Washington sembrano realmente intenzionate a un conflitto aperto.
La diplomazia resta fragile, attraversata da sfiducia e deterrenza, ma rappresenta oggi l’unico canale possibile per evitare un’escalation incontrollabile in Medio Oriente.
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