epa12697229 A handout photo made available by the US Navy shows an F/A-18E Super Hornet, attached to Strike Fighter Squadron (VFA) 151, launching from the flight deck of the Nimitz-class aircraft carrier USS Abraham Lincoln (CVN 72) in the Arabian Sea, 28 January 2026 (issued 01 February 2026), amidst heightened regional tensions. The Abraham Lincoln is deployed to the US 5th Fleet area of operations to support maritime security and stability in the United States Central Command (CENTCOM) area of responsibility. EPA/MASS COMMUNICATION SPECIALIST SEAMAN ZOE SIMPSON/US NAVY HANDOUT -- MANDATORY CREDIT --HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES
Roberto Roggero – Dall’inizio dell’anno, la presenza militare americana in Medio Oriente e nella regione del Golfo si sta intensificando, con l’arrivo di gruppi navali e portaerei, nuovi arrivi nelle basi della zona, sistemi di sicurezza e difesa aerea a più livelli già integrata alla rete C2 del territorio. A partire dal 22 gennaio, gli ultimi spostamenti americani in Medio Oriente hanno riguardato una serie di piattaforme aeree e navali in diversi Paesi e aree strategiche.
Negli Emirati Arabi Uniti (base di Al-Dhafrah), e in Arabia Saudita (base di Al-Kharj) sono concentrati aerei con sofisticati apparati per comunicazioni, ad esempio gli EA-11A BACN (Battlefield Airborne Communications Node), che garantiscono costanti collegamenti tra le forze dispiegate. Alla base di Al Dhafrah si trovano anche quattro MQ-4C Triton, droni con operatività ad alta quota e largo raggio, per missioni di sorveglianza e ricognizione. In Bahrain, alla base di Awali, ci sono tre aerei da ricognizione, e in Qatar, alla base di Al-Udeid, operano unità particolari fra cui i P-8A Poseidon e gli RC-135V, per missioni di sorveglianza marittima e raccolta di intelligence, oltre ai sistemi di difesa aerea THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e Patriot, rispettivamente per la difesa ad alta quota e la difesa a medio-bassa quota contro missili tattici, balistici e minacce aeree a corto raggio.
Sul mare, nel Mar Arabico settentrionale e nel Mar Rosso, il Lincoln Carrier Strike Group schiera la nave ammiraglia, portaerei USS-Abraham Lincoln, e i cacciatorpediniere USS-Frank E. Petersen Jr., USS-Michael Murphy e USS-Spruance, insieme a una varietà di velivoli imbarcati, fra cui F/A-18E Super Hornet multiruolo, EA-18G Growler per guerra elettronica, E-2 Hawkeye per l’allerta precoce, F-35C Lightning II, e elicotteri da combattimento MH-60S e MH-60R Sea Hawk. Nel Golfo sono attivi anche diversi Littoral Combat Ship, fra cui USS-Santa Barbara, USS-Tulsa e USS-Canberra, mentre nello Stretto di Hormuz sono schierati i cacciatorpediniere USS-McFaul e USS-Mitscher, per la copertura navale estesa e la capacità di risposta rapida in caso di escalation regionale.
Il problema è che una tale massa logistica e operativa, costa svariati miliardi di dollari, per questo non pochi analisti considerano seriamente la possibilità che tutto questo non sia solo una dimostrazione di forza, a fondo perduto, ma la preparazione di qualcosa di concreto.
Proprio mentre lo scorso 30 gennaio il Pentagono notificava la richiesta di acquisto di 730 missili Patriot Advanced Capability-3 Missile Segment Enhancement (PAC-3 MSE) da parte dell’Arabia Saudita, gli Stati Uniti approvano un piano per quadruplicare la disponibilità annua di missili THAAD.
La Lockheed Martin ha firmato un accordo storico con il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (DoW) per espandere la produzione di intercettori THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) da 96 a 400 unità all’anno. Un incremento industriale che segnala un passaggio del Pentagono verso una produzione di difesa strategica su larga scala e sostenuta.
La stessa fornitura di missili da crociera Tomahawk, che possono essere utilizzati dai cacciatorpedinieri attualmente schierati in Medio Oriente, sconta un grave ritardo nei ritmi di produzione. Dal 2022, l’esercito USA statunitense avrebbe infatti esaurito in cinque anni le scorte di Tomahawk di 15 anni.
Il breve conflitto con l’Iran dello scorso giugno ha dimostrato come, in caso di confronto militare con Teheran, l’ambiente non sia affatto permissivo, con elevati costi economici e operativi che sono al vaglio del Pentagono. Quali che siano le intenzioni della presidenza Trump – tra le “molte opzioni” che avrebbe riferito la portavoce Anna Kelly a inizio gennaio, è certo che un eventuale intervento sottoporrà a forte pressione la produzione bellica americana.
