
L’Eclissi della persona: Anatomia della donna come macchina di servizio e il tradimento dell’infanzia
Esiste una forma di violenza intellettuale, travestita da dottrina morale o politica sociale, che opera una reificazione sistematica del corpo femminile. Non si tratta di semplice conservatorismo: è un’operazione di ingegneria biopolitica che mira a derubricare l’individuo “donna” da soggetto di diritto a dispositivo funzionale.
Quando il potere, dai suoi pulpiti dorati, definisce l’autodeterminazione come “distruzione della pace”, non sta compiendo un atto etico, ma un’operazione di riduzionismo ontologico. Sta dichiarando che la funzione biologica ha il primato sull’individuo senziente, trasformando l’essere umano in un apparato di servizio senza volto, senza ambizioni e senza coscienza.
1. Il riduzionismo biologico: L’utero come destino coatto
Considerare la donna primariamente attraverso la sua capacità riproduttiva è un insulto alla neurobiologia e alla storia dell’evoluzione. La coscienza umana, con la sua stratificazione di desideri, talenti e volontà, non è un’estensione opzionale dell’apparato genitale.
Eppure, il discorso dominante tratta il cervello femminile come un organo sussidiario. In questa visione distorta, la donna non è una persona che possiede un corpo, ma un corpo che appartiene alla collettività. Negare il diritto di scelta significa imporre una lobotomia sociale: si pretende che un sistema complesso e senziente si annulli per diventare un’incubatrice passiva, un “contenitore” la cui unica dignità è legata alla sua capacità di farsi tramite per la vita altrui, mentre la propria viene calpestata.
2. La femminizzazione della povertà: Un disegno di controllo
La retorica della “sacralità della vita” crolla miseramente davanti alla realtà dei dati economici. La povertà in Italia ha un volto marcatamente femminile, un fenomeno che la sociologia definisce “Femminizzazione della povertà”. Questo non è un incidente statistico, ma il risultato di un’architettura socio-economica precisa:
* La Trappola della Sussistenza: Pensioni da fame, spesso inferiori ai 600 euro al mese, colpiscono prevalentemente le donne. Questo è il risultato di vite dedicate al lavoro di cura non retribuito, preteso come “vocazione”. Queste cifre non sono numeri, sono catene: una donna senza autonomia finanziaria è una donna privata della possibilità di fuga da partner violenti o umilianti.
* La Violenza Economica: Quando lo Stato o la Chiesa predicano la “famiglia” senza garantire l’indipendenza economica, promuovono di fatto il servaggio domestico. La miseria diventa lo strumento biopolitico per garantire la sottomissione.
3. Il sacrificio degli innocenti: oltre 1,3 milioni di minori in povertà
L’argomentazione scientifica più schiacciante contro chi impone la procreazione coatta riguarda la tutela dei minori. Inchiodare una donna alla “utilità riproduttiva” in contesti di miseria significa programmare l’infelicità infantile. Mentre si parla di “pace”, la realtà italiana scuote le coscienze:
* Povertà Assoluta: Nel 2024-2025, oltre 1 milione e 300mila minori vivono in povertà assoluta. Non hanno cibo sufficiente, riscaldamento o cure.
* Insicurezza Alimentare: Il maltrattamento economico della donna si riflette direttamente sui figli. Oltre l’11% delle famiglie monogenitoriali (composte quasi esclusivamente da madri sole) vive in indigenza. Chi costringe al parto una donna senza risorse sta condannando un essere umano alla fame.
* Il Trauma Neurologico: Le neuroscienze dimostrano che crescere in un ambiente segnato da violenza assistita e privazioni materiali produce danni permanenti allo sviluppo del bambino. Difendere la “vita nascente” ignorando la “vita vivente” è un crimine logico e umano.
4. L’ipocrisia del potere e la donna come commodity
Il sistema ha bisogno della donna come “oggetto di servizio” perché senza il suo lavoro gratuito di cura, l’intero welfare crollerebbe. Considerare la donna priva di personalità serve a giustificare lo sfruttamento della sua resilienza.
Chi siede su troni di ricchezza accumulata nei secoli commette un atto di sadismo morale giudicando la disperazione di chi non ha i soldi per il latte. La donna viene trattata come una commodity: un bene di consumo da gestire e punire se “difettoso” o non collaborativo. Un oggetto non ha gusti, non ha carriere da inseguire, non ha il diritto di essere stanco o di volere altro da ciò che la tradizione ha stabilito per lei.
La fine del servaggio
È tempo di smascherare l’orrore di chi piange per una cellula ma resta indifferente davanti a una donna che muore dentro, consumata dalla fatica, o a un bambino che cresce nel terrore. La dignità umana non è un obbligo di sottomissione, ma il diritto all’autodeterminazione assoluta.
La “pace” senza libertà è solo una forma silenziosa di guerra civile combattuta sulla pelle degli oppressi. Chiunque riduca la donna a un apparato riproduttivo e di servizio è un nemico del progresso scientifico e della giustizia. Noi non siamo il campo di battaglia di nessuno: siamo individui integrali, e la nostra coscienza è l’unico spazio inviolabile che nessun potere, né terreno né spirituale, ha il diritto di calpestare.
