L’inizio del 2026 ha segnato il passaggio da una pressione diplomatica a una vera e propria strategia di asfissia strategica contro Cuba. La situazione nell’area caraibica è oggi caratterizzata da un livello di allarmismo che non si percepiva dai tempi della Guerra Fredda, con il rischio concreto che una scintilla possa innescare un’escalation militare aperta.
Il Blocco Navale
Il mutamento dello scenario geopolitico ha subito un’accelerazione violenta nelle prime settimane di gennaio. La caduta dell’assetto politico in Venezuela e la successiva operazione statunitense “Absolute Resolve” hanno privato Cuba del suo polmone energetico vitale. Tuttavia, non è solo la mancanza di greggio a preoccupare la comunità internazionale, quanto la postura bellicosa assunta dall’amministrazione Trump per impedire qualsiasi via d’uscita alternativa.
L’assedio energetico come arma non convenzionale
L’annuncio drastico — “Zero petrolio o denaro per Cuba” — non è rimasto una minaccia verbale. Gli Stati Uniti hanno esteso la loro presenza marittima creando una “cintura di sorveglianza” che monitora ogni nave cisterna che si avvicina all’isola. Sebbene Washington la presenti come un’applicazione delle sanzioni, questa misura si sta trasformando in un blocco navale de facto.
Nel diritto internazionale, impedire l’accesso di beni essenziali e risorse energetiche a un paese terzo tramite l’uso della forza navale è considerato un atto di guerra. L’allarmismo nasce proprio da qui: la possibilità che un’intercettazione forzata di una petroliera straniera (magari russa o battente bandiera neutrale) sfoci in un incidente militare diretto.
La militarizzazione della crisi
La minaccia militare si manifesta su tre livelli che rendono l’aria irrespirabile:
* L’opzione del blocco totale: Sostenuta da figure come Marco Rubio, questa opzione prevede l’uso attivo della Marina per abbordare o respingere carichi di greggio. È un gioco d’azzardo ad altissimo rischio che mette in discussione la sovranità delle acque internazionali.
* Guantanamo come avamposto: La base navale statunitense è diventata il centro nevralgico di esercitazioni militari che l’Avana interpreta come preparativi per un’incursione. Ogni movimento di truppe all’interno della base viene percepito come un atto di aggressione psicologica.
* La risposta degli alleati: Mosca ha già risposto inviando navi da guerra per scortare petroliere sospettate di violare le sanzioni. Questo trasforma il Mar dei Caraibi in un pericoloso tavolo da gioco dove navi atomiche di due superpotenze si incrociano a poche miglia di distanza.
Una popolazione al buio e sotto scacco
L’impatto di questo “strangolamento” è devastante. Con le centrali elettriche paralizzate dalla mancanza di combustibile, Cuba sta vivendo un blackout quasi totale. Non si tratta solo di mancanza di luce: è la catena del freddo che si rompe, il sistema idrico che si ferma, gli ospedali che operano in emergenza. Questa deliberata creazione di una crisi umanitaria viene vista da molti osservatori come un tentativo di innescare il collasso sociale per giustificare un futuro intervento “per motivi di sicurezza regionale”.
Il rischio di una scintilla
Siamo in una fase in cui la distinzione tra sanzione economica e operazione militare è diventata sottilissima. La retorica del “prima che sia troppo tardi” usata dalla Casa Bianca indica che non c’è più spazio per la diplomazia. Se gli Stati Uniti dovessero decidere di passare dall’intercettazione delle petroliere all’intervento diretto, l’intera regione rischierebbe un conflitto di cui è impossibile prevedere i confini.

