Roberto Roggero – Come ha fallito la Società delle Nazioni, voluta dal presidente americano Woodrow Wilson, alla fine della prima guerra mondiale, che non ha saputo evitare la seconda, così anche l’ONU ha ampiamente dimostrato la propria assoluta incapacità e quindi inutilità, dalla fondazione, nell’ottobre 1945. Le promesse di pace e cooperazione non sono state mantenute. L’ONU oggi altro non è che un grande baraccone da circo, dove l’organismo più importante, il Consiglio di Sicurezza, ha nei cinque membri permanenti i primi cinque Paesi produttori ed esportatori di armamenti del mondo.
L’ONU non è riuscita a impedire nessuna delle tante guerre che in questi ottant’anni hanno insanguinato il pianeta, e le numerose missioni di pace non hanno sortito l’effetto sperato.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite è preda da decenni un lento ma inarrestabile logoramento, che ha cominciato ad aggravarsi con il crollo del muro di Berlino, e comunque non con la fine della Guerra Fredda, visto che la Guerra Fredda non è finita ma si combatte con altri mezzi e altre caratteristiche, date dal progresso tecnologico.
La tanto sperata era della pace, che dopo l’unificazione delle due Germania ci si augurava con il crollo dell’Unione Sovietica, non è mai cominciata, anzi, oggi le situazioni di crisi nel mondo sono oltre un centinaio, e molte di esse sembrano senza soluzione, anche se non esiste più quella che Winston Churchill aveva definito “cortina di ferro”, almeno in teoria. Di conseguenza, con la fine del Patto di Varsavia, anche l’organismo antagonista, la NATO avrebbe dovuto sciogliersi, e invece oggi è proprio la NATO una fucina di trame che continuano a generare conflitti, come quello attualmente in corso in Ucraina. E a questo avrebbe dovuto seguire lo smantellamento di tutti gli eserciti, ma è comprensibile come un tale evento avrebbe gettato nel caos la ultra fiorente industria degli armamenti, per cui va definitivamente a tramontare il concetto kantiano di un mondo dove la pace sarebbe stata garantita da una Federazione Mondiale garante dell’uguaglianza dei popoli e nazioni. Pura utopia, perché pare che non sia possibile vivere senza un nemico da affrontare, per prevalere e dominare. Se non esiste il nemico, lo si crea appositamente.
L’esempio più evidente è il terrorismo: gli armamenti che le formazioni estremiste utilizzano, da qualche parte devono pur arrivare, mentre il diritto internazionale viene calpestato giorno dopo giorno e i pochi esempi di società e comunità che eleggono la pace a bandiera universale, sono a loro volta considerate il nemico e quindi stroncate sul nascere. Per la politica economica e l’economia politica (che non sono la stessa cosa) la pace non conviene, né conviene una guerra globale, ma una situazione di continuo disequilibrio. Un concetto espresso fin dagli anni Sessanta del ‘900, con il pur poco noto “Dossier Iron Mountain”.
Ormai prevale la legge del più forte e il disprezzo per i diritti fondamentali, e la Questione Palestinese ne è l’esempio più lampante, aggravata dalle sprezzanti dichiarazioni del “biondo” Donald e del criminale di guerra nazi-sionista Benjamin Netanyahu nei confronti dell’attuale segretario generale Antonio Guterres, definito “persona non gradita in Israele”. Concetti come “garanzia del diritto alla vita”, sono considerati uno scomodo ostacolo, non solo a livello internazionale, ma anche all’interno dei quei Paesi che si definiscono simbolo di democrazia, come dimostrano gli eventi di questi giorni a Minneapolis.
È un paradosso inquietante: in un periodo in cui catastrofi e sfide globali, guerre, pericolo di un conflitto atomico, riscaldamento climatico, aumento delle disuguaglianze, e altro ancora, richiederebbero un aumento del ruolo del diritto come sistema di limiti imposti ai poteri unilaterali di certi governi e di certi mercati, si è generato il fenomeno opposto: subordinazione ai poteri economici e finanziari nelle mani di pochi; negazionismo delle emergenze globali; involuzione autocratica dei sistemi politici e, di conseguenza, crollo repentino (e indubbiamente calcolato) del prestigio e soprattutto della credibilità dell’ONU.
Considerando i presupposti della Carta delle Nazioni del 1945, documenti costitutivo dell’ONU, e di tutti i seguenti provvedimenti internazionali, il fallimento dell’ONU era fin dall’inizio inevitabile, come fu per la già citata Società delle Nazioni nel 1919-20.
Il motivo principale è che non hanno mai avuto valore vincolante e internazionalmente legale, quindi nei fatti poco più che consigli e raccomandazioni. Ovvero: se non sono leggi approvate, no si è tenuti a osservarle, e il comportamento dello stato nazi-sionista israeliano ne è l’esempio più evidente, dato che la loro inosservanza non è quindi punibile. Altro motivo, la mancata previsione di adeguate garanzie e istituzioni di garanzia dei diritti di libertà e dei diritti sociali in esse contenuti. I principi di pace e uguaglianza, e i diritti fondamentali stipulati in tante carte internazionali sono perciò rimasti sulla carta.
Quale potrebbe essere l’alternativa? Di certo superare, e non bypassare oltre queste limitazioni, una nuova Carta delle Nazioni, una “Costituzione del Pianeta Terra”, con rigide garanzie dei principi in esse stabiliti, e valore legale con conseguente punibilità delle trasgressioni.
La direzione presa dalle grandi potenze, impone ormai l’impossibilità di proporre la previsione dei crimini contro l’umanità, blocco di produzione e commercio di tutte le armi, non solo di quelle nucleari ma di tutte le armi da fuoco; un organismo planetario che tuteli dalla dissipazione di beni vitali della natura come acqua, foreste e ghiacciai; la garanzia che organizzazioni come OMS, UNESCO e FAO siano in grado di garantire salute, istruzione e alimentazione di base; garanzia del diritto di circolare liberamente sulla terra; fisco globale per finanziare le istituzioni di garanzia e impedire le accumulazioni sterminate di ricchezze.
Da Emmanuel Kant a Thomas Hobbes, vissuti oltre 400 anni fa, balza in evidenza la attualità di tali ipotesi, fin da quanto la comunità internazionale non aveva ancora a disposizione gli strumenti che oggi consentono sorprendenti capacità di autodistruzione. Soluzioni e alternative che, in quanto proposte già centinaia di anni fa, non sono una novità, e sarebbero la concretizzazione dei principi contenuti negli stessi documenti alla base delle organizzazioni umanitarie come l’ONU. Non solo: provvedimenti oggi diventati assolutamente necessari e urgenti, poiché da questi dipende la sopravvivenza del pianeta.
Nel frattempo, nel Palazzo di Vetro si cerca di tenere a galla il carrozzone, cercando di dimostrare l’utilità della struttura: entro il 2026 tre agenzie ONU trasferiranno la sede centrale da New York a Nairobi (Unicef, Fondo per le Popolazioni o UNFPA e UN-Women), mantenendo però stipendi a svariati zeri, visto che comunque nelle casse delle Nazioni Unite continuano ad arrivare montagne di soldi, che permettono al personale di medio livello retribuzioni da un minimo di 50mila dollari all’anno fino a oltre 200mila per i dirigenti. E ancora di pià per gli operatori delle sedi distaccate in mezzo mondo, come Ginevra, Copenhagen, e altre, con lauti incentivi e bonus e la possibilità di viaggiare in tutto il pianeta sempre in prima classe e naturalmente gratis. Inoltre, i calcoli dell’ufficio del sindaco di New York mostrano che l’ONU aggiunge 3,7 miliardi di dollari al reddito annuo della città, e le agenzie affiliate rappresentano il 22° datore di lavoro di New York, con 10.900 dipendenti.
Tuttavia, da cinque anni a questa parte i tagli decisi dagli Stati Uniti e la riduzione dei contributi di diversi Paesi, disegnano un quadro inquietante, che fa apparire addirittura lo spettro della bancarotta, e nonostante questo, dai circa 106mila dipendenti del 2017, nel 2023 si è arrivati a 135mila, per poi operare tagli ad alcune agenzie interne dove invece sarebbe stato necessaria una implementazione, ad esempio la UN-Aids di Ginebra, costretta a licenziare circa l’85% degli impiegati, ovvero da 130 a 19. In un anno gli Stati Uniti hanno contribuito con oltre 18 miliardi di dollari, pari a un terzo dei finanziamenti totali delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno fornito alle Nazioni Unite più finanziamenti di quelli di altri 185 stati membri messi insieme. Con il “biondo” Donald, la musica è cambiata e ora l’ONU deve tagliare. La strategia del segretario generale, Antonio Guterres, di scommettere sul “sud globale” si sta rivelando più complicata del previsto (il sud globale non finanzia il Palazzo di vetro). Una crisi diffusa che colpisce anche la OMS, sempre a Ginevra, dove è prevista una riduzione del 40% fra più di 2.600 dipendenti.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, prevede di trasferire 120 dei 900 posti di lavoro con sede a Ginevra in centri meno costosi. L’Agenzia Commercio e Sviluppo prevede di tagliare 70 posti (20% della sua forza lavoro), e nuovi tagli sono previsti per l’Organizzazione Internazionale Migrazioni per oltre il 20% dei circa mille impiegati. L’Alto Commissariato per i Rifugiati ha dichiarato di ridurre i costi del 30% e dimezzare le posizioni dirigenziali. L’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, l’UNICEF, prevede la riduzione dei finanziamenti di almeno 1/5 rispetto al 2025, e anche l’Ufficio Coordinamento Affari Umanitari (OCHA) ha annunciato di tagliare 1/5 del personale di 2.600 persone. Al vertice, il segretariato generale ONU si prepara a tagliare il 20% del bilancio di 3,7 miliardi di dollari e circa 7.000 posti di lavoro su 33mila, in un apparato burocratico che è il più grande del mondo. Metà del budget della FAO è stata impiegata nella sola gestione della struttura, spese del personale, viaggi e costi operativi.
Ciò che però è visto come il problema più grande da risolvere, rimane la repentina perdita di credibilità, dopo le accuse del governo nazi-sionista israeliano di complicità con Hamas, la totale inazione per quanto riguarda la crisi ucraina, scandali interni, la inazione di diverse missioni come quella ultratrentennale per il Sahara Occidentale e il referendum sulla autodeterminazione del popolo Saharawi, l’Iraq, la questione palestinese, Sudan, Yemen, Libia, Iran, Siria, Myanmar, Haiti, e la lista potrebbe proseguire ancora, oltre ai passati fiaschi de ex Jugoslavia, Rwanda, Congo, Corno d’Africa, Sahel, Maghreb, Nagorno-Karabakh, Afghanistan, Darfur, Sud del mondo, migrazioni di massa, e chi più ne ha più ne metta.
Un continuo controsenso, visto che da una parte si piange miseria, ma dall’altra il bilancio del Segretariato delle Nazioni Unite è aumentato da 3,59 miliardi di dollari per il 2024, a 3,72 miliardi di dollari per il 2025 e lo stipendio del segretario generale Antonio Guterres è di circa 420mila dollari all’anno, più di quello del presidente degli Stati Uniti.
E ancora: i Paesi membri non rispettano i termini per i finanziamenti (gennaio di ogni anno) e l’ONU accumula ritardi nei pagamenti ai fornitori, per cifre a numerosi zeri, e alcuni Paesi non pagano per niente. Quest’anno solo 49 hanno regolato le proprie quote e continuano a rinviare. Nel dicembre 2024, le Nazioni Unite avevano chiesto 44 miliardi di dollari. Dopo sei mesi, i donatori avevano erogato solo 1/8 della somma richiesta. Così l’ONU ha ora rivisto le priorità e chiesto una cifra inferiore, 29 miliardi di dollari.
In verità, la mossa del “biondo” Donald a proposito del taglio dei finanziamenti, è più un effetto che la causa della crisi dell’ONU, perché l’organizzazione nasce dalla necessità di un equilibrio mondiale di quasi un secolo fa, profondamente diverso da quello attuale. Il peso politico ed economico degli Stati membri non è più lo stesso del 1945 o degli anni ’50. Per esempio, la Cina che è membro permanente con potere di veto, non è certo la stessa di quando Mao Tze Dong era presidente.
Il multilateralismo che da qualche anno è l’obiettivo dei Paesi BRICS impone sostanziali cambiamenti, non esisteva l’Unione Europea (…anche se per certi versi non esiste nemmeno oggi – ndr), esistevano blocchi ben definiti e contrapposti, non c’è più l’Unione Sovietica, i grandi big dell’informazione come CBS, CNN, New York Times e altri, hanno rimosso le proprie sedi, una volta permanenti, al Palazzo di Vetro, sintomo evidente della sempre minore importanza che viene attribuita alle Nazioni Unite, per altro giudicato un apparato anacronistico anche da chi ne fa parte.
Al fondo della questione, il fatto è che una riorganizzazione radicale richiederebbe enormi risorse, per cui è probabile che tutto rimarrà così com’è, nonostante gli sfori per promuovere una riforma del Consiglio di Sicurezza per aumentare da 15 a 27 i membri interni, promossa proprio dall’Italia con la formazione del UFC (con sede a New York) di cui fanno parte Argentina, Costa Rica, Canada, Colombia, Malta, Pakistan, Messico, Spagna, Turchia e san Marino, struttura altrettanto inutile e costosa.
