La galoppata dei diecimila cavalli, il Festival mongolo di Wulan Butong in Cina
C’è un momento preciso, nelle mattine di gennaio a Wulan Butong, in cui il silenzio della Mongolia Interna
diventa quasi solido. È un istante sospeso, dove l’aria a trenta gradi sotto lo zero cristallizza il respiro dei
pastori prima ancora che possa disperdersi. Poi, improvviso come un cataclisma, il silenzio si spezza. Non è un
rumore umano, ma un rombo che sale dalle viscere della terra: è la “galoppata dei diecimila cavalli”, un rito
ancestrale che trasforma la steppa innevata in un campo di battaglia della bellezza.
La Culla degli Imperatori e dei Nomadi

Wulan Butong non è un luogo qualunque scelto per un’esibizione turistica. Situata nella Bandiera di
Hexigten, questa distesa di colline dolci e cime che sembrano scolpite nell’argento fu il cuore pulsante del
Mulan Weichang, la riserva di caccia imperiale della dinastia Qing. Qui, secoli fa, l’imperatore Kangxi
guidò cariche leggendarie contro i ribelli mongoli Oirati; qui la storia della Cina e quella delle tribù delle steppe
si sono fuse nel sangue e nella polvere.
Oggi, quel passato guerriero sopravvive nel festival invernale. La festa è mongola nell’anima perché il cavallo,
per questo popolo, non è un possedimento, ma un’estensione del corpo. Un mongolo senza cavallo è come un
uccello senza ali, dicono i vecchi nei loro gher avvolti dal fumo. Il festival è la celebrazione di questa simbiosi:
una dimostrazione di forza che serve a ricordare alla natura, e a se stessi, che lo spirito nomade non può
essere domato né dal ghiaccio né dal tempo.
La Coreografia del Caos: Il Rituale


Il festival non segue un copione teatrale, ma le leggi della necessità e dell’istinto. I pastori, avvolti nei loro
pesanti deel foderati di pelle di pecora e stretti in vita da fasce di seta colorata, guidano le mandrie verso il
cuore della prateria. Qui avviene l’incantesimo. Centinaia di cavalli mongoli — piccoli, robusti, con il pelo
folto e ispido per resistere al gelo — vengono lanciati al galoppo sfrenato.
Mentre gli animali corrono, la neve farinosa si solleva creando una nebbia densa e lattiginosa che avvolge ogni
cosa. I fotografi e i rari viaggiatori che sfidano queste temperature vedono solo sagome scure emergere dal
bianco, occhi selvaggi e narici che sbuffano vapore come piccoli draghi. È la “Galoppata dei Diecimila Cavalli”
(Wanma Benteng), un’espressione che nella lingua cinese non indica solo un numero, ma un’idea di
potenza inarrestabile, di una società che si muove all’unisono verso un obiettivo comune.
Durante le gare di destrezza, i fantini si lanciano al galoppo per afferrare oggetti da terra in una prova
chiamata zhamayan. Si dice che per compiere tali prodezze, i cavalieri cerchino una sorta di ebbrezza
rituale, un’unione mistica con l’animale dove l’uomo smette di essere tale per diventare un’unica creatura
con il cavallo. È in questo stato di trance che si realizza il vero spirito del Nadaam, la festa che trasforma
la prateria in un teatro di eroi.
Il Canto che vibra nel Gelo: L’Anima Sonora del Festival

Mentre il tuono degli zoccoli scuote la terra, l’aria si riempie di un suono che sembra non appartenere a
corde vocali umane. È il Khoomei, il leggendario canto armonico mongolo. I pastori intonano melodie che
imitano i suoni della natura: il fischio del vento tra le rocce, lo scorrere dell’acqua sotto il ghiaccio, il nitrito
lontano.
La bellezza del Khoomei risiede nella sua capacità di produrre due o più suoni simultaneamente: una nota
profonda, gutturale, che funge da tappeto sonoro alla terra, e un fischio acuto e cristallino che danza sopra di
essa come uno spirito. In questi giorni di festa, il canto non è solo intrattenimento; è una preghiera laica.
Questa musica non è mai veloce o frenetica; è lenta, quasi meditativa, perché deve riflettere il carattere
introverso e contemplativo dei pastori che vivono nell’immensità della prateria. In questo silenzio, il Morin
Khuur, il liuto dalla cassa quadrata che termina con il muso scolpito di un cavallo, non è solo uno strumento:
è la voce della malinconia mongola. Come raccontano i cantanti della prateria, i cui nomi spesso evocano i
fiori (‘Qiqige‘), il suono di queste corde è l’unico capace di descrivere il ‘Paradiso dei Pastori’, fondendo il
canto tradizionale Changdiao con il battito del cuore della steppa.
Le vibrazioni profonde sembrano riscaldare l’aria, creando un legame mistico tra il cavaliere e la sua
cavalcatura. A questo si aggiungono le note malinconiche del Morin Khuur, la “viola a testa di cavallo”.
Si dice che lo strumento sia nato per onorare la memoria di un cavallo alato caduto, e quando le sue corde di
crine vibrano nel gelo di Wulan Butong, la musica sembra dare voce al dolore e alla gloria di millenni di
nomadismo.
Custodi del Fuoco: Il Ruolo delle Donne

Se l’arena della steppa appartiene al fragore dei cavalli e degli uomini, il cuore pulsante del festival risiede
nelle mani delle donne mongole. Sono loro le vere architette della sopravvivenza e della festa. Mentre gli
uomini sfidano il vento, le donne governano il fuoco e l’ospitalità, trasformando l’interno caldo delle tende in
un rifugio sacro.
Con i loro abiti decorati da intricati ricami d’argento e corallo, le donne sono le custodi della continuità.
Gestiscono i complessi rituali di benvenuto e sono le maestre della cucina, ma il loro ruolo va oltre: sono loro
a preparare i finimenti dei cavalli, a intrecciare le lane e a tramandare i racconti e le genealogie delle mandrie.
In questa società, la forza dell’uomo sulla sella non è nulla senza la saggezza della donna che tiene acceso il
focolare della stirpe.
Sono le donne a officiare i riti più intimi, come quelli che avvengono a mezzanotte sotto la luna calante,
quando l’aria si riempie di fumo e mistero. In queste occasioni, le donne mongole espongono i tesori della
famiglia: selle di epoca Yuan finemente decorate in argento (metallo preferito all’oro per la sua purezza lunare),
antiche brocche Liao e cassepanche che valgono una fortuna. In questi momenti, tra sciamani che invocano
gli spiriti e il viso coperto da maschere di perline, le donne distribuiscono le Hada, sciarpe cerimoniali di seta
i cui colori sono un codice sacro: il verde della prateria, il rosso del fuoco, il bianco del latte, il giallo del sole e il
blu — il colore più amato — che simboleggia l’eterno cielo mongolo.
I Sapori della Resistenza: Una Cucina di Ghiaccio e Fuoco

Niente scalda l’anima a Wulan Butong come i sapori densi della steppa. La cucina del festival è un inno alla
sostanza. Il protagonista indiscusso è il Suutei Tsai, il tradizionale tè al latte mongolo, servito bollente e
rigorosamente salato, arricchito con burro di yak o di mucca e miglio tostato. È un sorso di calore che penetra
nelle ossa, un carburante necessario per resistere all’aria che taglia il viso.
Attorno ai fuochi si consuma il “montone bollito”, cucinato semplicemente con acqua e sale per esaltarne la
purezza e la forza. E poi ci sono i Buuz, i grandi ravioli cotti al vapore, scrigni di pasta che racchiudono carne
succulenta e spezie, il cui vapore profumato si mescola al gelo esterno. Non è solo cibo; è un atto di
condivisione rituale, dove ogni boccone celebra l’abbondanza vinta sulla durezza dell’inverno.
Nelle grandi cucine allestite all’aperto, si vedono sette enormi tegami di ferro, così vasti da poter cuocere un
bue o una pecora interi per gli oltre mille invitati che affollano le tende. Accanto al calore del cibo, scorre la
‘grappa dei pastori’, un distillato a 75 gradi preparato con ricette segrete che profuma di erbe medicinali
della steppa.
Ma il vero segreto della salute mongola è il latte di cavalla: bevuto freddo, acido e purificante, serve a
disintossicare il corpo dopo i lunghi mesi di dieta carnivora. È una medicina del cielo, servita in ciotole che
passano di mano in mano come segno di fratellanza.
Dipingere con la Luce e il Gelo: La Sfida del Fotografo
Catturare Wulan Butong è un atto di devozione e resistenza. Per i fotografi che arrivano da ogni parte della
Cina, il festival è il “Santo Graal” dell’immagine d’azione. Ma la bellezza è gelosa e si lascia rubare solo a
caro prezzo. Le fotocamere devono essere protette con custodie termiche, poiché a -30°C il metallo scotta
come fuoco e le batterie muoiono in pochi minuti.
La tecnica diventa poesia: si scatta con tempi rapidissimi per congelare i cristalli di neve sollevati dal
galoppo, cercando il momento in cui la luce radente dell’alba colpisce il vapore sprigionato dai polmoni dei
cavalli. Il contrasto è brutale: il bianco accecante della steppa contro il marrone bruciato e il nero dei mantelli.
Ogni scatto riuscito è un miracolo di pazienza, dove l’occhio deve anticipare il movimento imprevedibile della
mandria prima che tutto svanisca nella nebbia ghiacciata.
L’Alba dell’Anno del Cavallo: Il Segno del Destino

Gennaio 2026 non è un mese come gli altri. Mentre le mandrie corrono a Wulan Butong, l’intera Cina si
prepara a varcare la soglia dell’Anno del Cavallo nel calendario lunare. Nell’astrologia cinese, il cavallo
(马 – Mǎ) occupa il settimo posto nello zodiaco ed è il simbolo supremo dell’etica del lavoro, della libertà
creativa e dell’entusiasmo indomito.
Chi nasce o vive sotto questo segno è destinato a non fermarsi mai. Il Cavallo rappresenta il Fuoco, l’estate
della vita, anche quando si manifesta nel cuore di un inverno mongolo. È il segno dei leader carismatici, di
coloro che preferiscono la strada impervia delle praterie alla sicurezza di una stalla chiusa. Celebrare questo
festival proprio ora assume un significato esoterico quasi magico: è un rito di evocazione. Correre tra i ghiacci
significa invocare la fortuna del Cavallo, attirando la sua energia vitale affinché l’anno a venire sia rapido nei
successi e nobile nelle intenzioni.
Il Simbolo e la Speranza

In questa danza tra il bianco della neve, il bruno dei mantelli equini e le vibrazioni dei canti armonici, si
scorge la vera essenza della festa. Non è solo la conservazione di una tradizione, ma un messaggio lanciato
al futuro. Il Cavallo nell’oroscopo cinese è anche un messaggero di pace e comunicazione; si dice che porti
notizie da terre lontane.
A Wulan Butong, tra il grido dei pastori e l’odore acre del sudore degli animali che ghiaccia all’istante, si
capisce perché questo evento sia così vitale per la Cina moderna. In un’epoca di algoritmi e città d’acciaio,
la corsa di Wulan Butong è il battito cardiaco di una terra che non vuole dimenticare il brivido del galoppo,
l’armonia di un canto che viene dal petto e la forza di un segno zodiacale che, da millenni, insegna che
l’unica direzione possibile è quella verso l’orizzonte, a briglie sciolte.
Fonte principale: Radio Cina Internazionale









