Roberto Roggero – Le truppe di Damasco, agli ordini del presidente ad interim Ahmad Al-Sharaa, stanno guadagnando terreno giorno dopo giorno, ai danni delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, che prima sono state illuse di entrare a fare parte della nuova Siria e oggi non sono più comprese nei piani della nuova leadership del Paese, pur essendo i Curdi la seconda etnia più numerosa in Siria.
Le SDF, come è ben noto, sono state determinanti nella sconfitta di Daesh, (Isis o Stato Islamico) nel nord-est del Paese ai confini con l’Iraq, con quel supporto americano che adesso è stato ritirato, lasciandole senza alcuna protezione e assistenza.
Per comprendere quanto sta accadendo in Siria, bisogna guardare proprio a quanto accaduto domenica scorsa in Iraq e, in particolare, davanti al consolato americano di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Decine di persone hanno sventolato la bandiera curda e hanno protestato contro gli Stati Uniti, responsabili di non aver attuato alcuna azione a difesa delle Forze Democratiche Siriane SDF).
L’esercito siriano sta prendendo i territori amministrati per anni dai Curdi, e per gli Stati Uniti si sta rivelando come una notevole e ulteriore figura di merda di prima grandezza, tanto da paragonare la gestione americana della questione siriana come un piccolo Afghanistan tutto Made in Trump.
Prima gli scontri a Sheikh Maqsoud, quartiere curdo di Aleppo controllato dalle SDF già dagli ultimi anni della dittatura di Bashar Al Assad, quindi la manovra di arretramento delle stesse SDF verso Deir Haffer, e adesso i combattimenti che stanno portando l’esercito di Damasco oltre il corso dell’Eufrate, in un territorio che si trovava sotto la garanzia della protezione americana in funzione anti-Isis, che per altro non è stato ancora del tutto sconfitto, e oltretutto regolato da un accordo di fiducia fra Washington e Mosca, che all’epoca sosteneva lo stesso Assad: russi a ovest dell’Eufrate, americani a est, dove si trovano ancora diverse basi statunitensi e campi di addestramento per le SDF.
In sostanza, il “biondo” Donald si è impantanato nella Siria nord-orientale e i tentativi dell’inviato speciale Tom Barrack non stanno dando i risultati sperati, perché Ahmad Al-Sharaa sembra deciso a non fare concessioni ai Curdi né, almeno al momento, a integrare de SDF nell’esercito di Damasco, costringendo le SDF a evacuare diverse zone e ad abbandonare le attrezzature e le dotazioni fornite da Washington. Episodi che ricordano da vicino il repentino abbandono dell’Afghanistan da parte delle US-Army Forces nel 2021, con donazione di numerosi mezzi e attrezzature speciali americane ai Talebani.
L’errore di valutazione del “biondo” presidente americano è stato anzitutto di natura politica, così come in Afghanistan: troppa ambiguità e mancanza di chiara presa di posizione, o meglio, il voler tenere lo stesso piede in scarpe diverse: sapendo che il presidente ad interim Ahmad Al-Sharaa non è esattamente ben disposto nei confronti dei Curdi, era evidente che Trump non avrebbe potuto accontentare l’uno e gli altri, ma la presa di posizione si è rivelata solo quando ha deciso di riaprire il dialogo con la nuova leadership di Damasco. Automaticamente si è quindi trovato di fronte a una scelta obbligata, e tuttavia si è intestardito nel voler mantenere aperti i canali sia verso una nuova Siria unita, sia nel sostenere le condizioni di prima nei territori nord-orientali dove i padroni sul campo erano le SDF, che avevano l’obiettivo del riconoscimento ufficiale del Rojava, sostituendosi all’autorità centrale governativa. Posizioni assolutamente inconciliabili.
Evidentemente nello Studio Ovale regnava la presuntuosa convinzione di essere in grado di gestire entrambe le scelte, ma i conti sono stati fatti, come si usa dire, senza l’oste.
Quanto accade in Siria fa a pugni con le dichiarazioni del “biondo” Donald secondo cui, a un anno dal suo secondo insediamento alla Casa Bianca, “mai come oggi gli Statu Uniti sono rispettati in tutto il mondo”.
