
Dinamiche di Egemonia e Disarticolazione Sociale: Una Lettura Critica della Violenza in Iran
Le manifestazioni di violenza che, con apparente irrazionalità, stanno scuotendo l’attuale contesto iraniano non possono essere interpretate come epifenomeni contingenti o isolati. Esse costituiscono, al contrario, la manifestazione tangibile di dinamiche strutturali di controllo sociale, di acute tensioni geopolitiche e di una complessa semiotica politica. Tali fenomeni aggressivi si dirigono con una precisione quasi chirurgica verso quelle individualità e collettività che incarnano e promuovono alternative di matrice laica, nazionalista e sovranità (sovranità intesa come indipendenza ed autodeterminazione).
In questo scenario di profonda polarizzazione, figure intellettuali ed emergenti non emergono come bersagli casuali o fortuitamente selezionati. La loro significativa rilevanza è intrinsecamente legata alla loro funzione di “nodi” o “ponti” culturali e sociali, essenziali per la mediazione e la sintesi tra stili di vita, sistemi valoriali e prospettive tanto endogene quanto esogene al sistema. L’azione volta a distruggere, delegittimare o intimidire queste infrastrutture relazionali e simboliche mira strategicamente a frammentare la coesione civile, a erodere le reti di solidarietà e a indurre una paralisi pervasiva all’interno della società civile organizzata.
Da una prospettiva sociologica e politologica, l’ondata di violenza in esame risponde a una razionalità strumentale e multidimensionale, articolabile in quattro assi analitici fondamentali:
1. La Funzionalizzazione della Paura come Strumento di Controllo Sociale
Gli atti di violenza indiscriminata, perpetrati contro cittadini inermi, istituzioni consolidate e spazi simbolici della comunità, generano un effetto deterrente di straordinaria potenza. L’indeterminatezza e l’opacità circa l’attribuzione di responsabilità rendono ogni tentativo di mobilitazione collettiva intrinsecamente rischioso, amplificando la vulnerabilità percepita e reale della popolazione. Questo clima di incertezza e minaccia facilita la diffusione capillare di narrative predeterminate, sia di origine interna che esterna, funzionali al consolidamento di interessi specifici e al soffocamento in nuce di ogni forma di dissenso organizzato e autonomo. La paura, in tal senso, non è un mero effetto collaterale, ma un dispositivo deliberato per la gestione delle masse.
2. La Neutralizzazione Strategica dell’Alternativa Politica Laico-Nazionalista
Il targeting selettivo dei movimenti e delle figure che promuovono il nazionalismo laico non è affatto un evento casuale, bensì una scelta profondamente strategica. Essi rappresentano un paradigma di governo basato sulla sovranità nazionale, sul pluralismo politico e su un’apertura culturale intrinseca. Questa visione costituisce un’alternativa concreta e ben definita, distinguendosi nettamente sia dai regimi di stampo confessionale sia dai modelli neocoloniali, spesso subordinati agli interessi egemonici di potenze esterne. Per le potenze imperialiste e i poteri consolidati, l’emergere e l’affermazione di un nazionalismo laico e sovrano costituiscono una minaccia particolarmente insidiosa. Tale minaccia deriva dalla capacità di annullare gli alibi ideologici di matrice occidentale – quali la “difesa della laicità” o l'”esportazione della democrazia” – che vengono frequentemente impiegati per giustificare interventi esterni, sanzioni economiche o campagne di delegittimazione. In tal modo, si impedisce l’emersione di un modello che possa sfidare le narrazioni dominanti e le architetture di potere globali.
3. Il Ruolo del Caos e dell’Ambiguità nella Guerra Ibrida Contemporanea
La deliberata sovrapposizione e interpenetrazione tra manifestanti genuini, cittadini comuni dissenzienti, agenti infiltrati e attori esterni genera una condizione di caos programmato e di ambiguità strutturale. In questo contesto operativo, diviene virtualmente impossibile discernere tra la spontaneità intrinseca delle istanze di protesta interne e la manipolazione orchestrata da forze esterne. La violenza, in tale scenario, si trasforma in uno strumento privilegiato di disinformazione e destabilizzazione, estendendo la logica del conflitto ben oltre il mero piano fisico-militare, per intaccare profondamente il tessuto sociale, le infrastrutture simboliche e la percezione collettiva della realtà. È un conflitto che si combatte sui fronti della narrazione e della percezione.
4. La Demoralizzazione Sistemica e la Violenza Simbolica
Il colpire sistematicamente figure che rappresentano l’alveo laico e sovranista produce un effetto demoralizzante di vasta portata, erodendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e disincentivando ogni forma di azione politica indipendente e autoctona. Non si tratta solo di una violenza fisica o materiale, ma di una violenza profondamente psicologica e simbolica, finalizzata a indebolire la società dall’interno e a consolidare le narrative funzionali ai poteri dominanti, siano essi interni o esterni. Questa “violenza strutturale”, come la definirebbe Galtung, mira a distruggere il capitale sociale e la capacità di resilienza di una comunità.
Conclusioni Prospettiche: Decifrare la Violenza Strutturale
In definitiva, l’apparente “immotivatezza” della violenza è un’illusione ottica, propria di un’osservazione superficiale e non contestualizzata. Sotto la superficie, si celano logiche precise: la neutralizzazione di “ponti” culturali, la delegittimazione di alternative politiche credibili e la soppressione di ogni reale espressione di sovranità nazionale. Tutto ciò è funzionale a creare un vacuum che consenta interventi esterni, giustifichi sanzioni economiche o legittimi campagne ideologiche di delegittimazione.
Come magistralmente argomentato da Ernst Cassirer nelle sue investigazioni sulla cultura e sul simbolismo, le azioni umane non sono mai prive di significato intrinseco; esse sono espressioni di strutture simboliche profonde e sistemi di valori sottostanti. Allo stesso modo, le riflessioni di Enrique Dussel e della filosofia della liberazione ci ricordano incessantemente che la lotta per l’autodeterminazione sovrana e la giustizia sociale espone inesorabilmente gli attori a forme di violenza mirata, specialmente quando si confrontano con poteri globali strutturalmente egemonici e con architetture di dominio complesse.
Le figure laiche e nazionaliste, pertanto, non sono semplici vittime passive della storia o del caso. Esse incarnano, per la loro stessa esistenza e azione, l’alternativa concreta al dominio interno e alle ingerenze esterne. Per questa ragione profonda e strategica, esse vengono colpite con una precisione quasi chirurgica. La violenza che le investe è, simultaneamente, uno strumento di controllo coercitivo, un meccanismo di disarticolazione sociale e un indicatore eloquente della fragilità intrinseca dei sistemi politici contemporanei di fronte a conflitti ibridi e agli inarrestabili interessi transnazionali che modellano la nostra epoca.
