La risposta di al-Sisi a Trump tra apertura, fermezza giuridica e sicurezza nazionale
A cura di: Chiara Cavalieri
WASHINGTON D.C. La proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di rilanciare una mediazione americana sulla crisi della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) continua a produrre onde lunghe nello scacchiere geopolitico del bacino del Nilo. Dopo anni di negoziati falliti, sospensioni unilaterali e tensioni crescenti, l’iniziativa statunitense riporta al centro una disputa che per l’Egitto non è tecnica né politica, ma esistenziale.
In questo contesto si inserisce la risposta ufficiale del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, affidata anche a un messaggio pubblico su Facebook, che chiarisce con precisione il perimetro entro cui Il Cairo è disposto a muoversi.
La lettera di Trump e il ritorno della mediazione USA
Nella sua comunicazione, Trump ha espresso la disponibilità di Washington a riprendere il ruolo di mediatore tra Egitto ed Etiopia, affermando che la questione della condivisione delle acque del Nilo deve essere risolta in modo definitivo e responsabile. Un messaggio accompagnato dal riconoscimento del ruolo dell’Egitto come attore di stabilizzazione regionale, anche alla luce dell’impegno del Cairo in delicati dossier mediorientali.

Il presidente americano ha ribadito che nessun Paese dovrebbe controllare unilateralmente una risorsa vitale come il Nilo, lasciando tuttavia spazio a interpretazioni diverse sul significato concreto di “condivisione” e sugli strumenti per garantirla.
La risposta di al-Sisi: cooperazione sì, ma senza rinunciare ai diritti
Nel suo messaggio pubblico, al-Sisi ha scelto un linguaggio misurato ma estremamente chiaro. Il presidente egiziano ha espresso apprezzamento per la lettera di Trump e per i suoi sforzi volti a rafforzare pace e stabilità a livello regionale e internazionale, ringraziandolo per il riconoscimento del ruolo centrale dell’Egitto nella sicurezza dell’area.
Al tempo stesso, al-Sisi ha ribadito un punto non negoziabile: il Nilo rappresenta la linfa vitale del popolo egiziano. Da qui la riaffermazione dell’impegno del Cairo a una cooperazione seria e costruttiva con i Paesi del bacino del Nilo, fondata esclusivamente sui principi del diritto internazionale e sul criterio di non arrecare danno ad alcuna delle parti.

Il presidente ha inoltre confermato dil aver inviato una lettera di risposta a Trump, nella quale ha ribadito la posizione egiziana, espresso le profonde preoccupazioni legate alla sicurezza idrica nazionale e manifestato la disponibilità a continuare a lavorare con l’amministrazione americana nella fase successiva, purché all’interno di questi parametri.
Una dichiarazione che è anche un messaggio politico
Il testo diffuso da al-Sisi non è una semplice formula diplomatica. È un messaggio politico indirizzato a più destinatari: agli Stati Uniti, all’Ethiopia, ai Paesi del bacino del Nilo e alla comunità internazionale.
Il Cairo segnala apertura al dialogo, ma chiude preventivamente la porta a qualsiasi tentativo di spostare la crisi dal piano giuridico a quello politico, o di trasformarla in una trattativa sulla redistribuzione delle acque. Una linea che l’Egitto mantiene da anni e che ha già portato a dichiarare concluso il processo negoziale tradizionale dopo quindici anni di stallo.
Nel corso di un’audizione davanti alla Commissione per gli Affari Esteri, Arabi e Africani del Senato, il ministro egiziano delle Risorse Idriche e dell’Irrigazione Hani Sweilem ha parlato apertamente di danni “catastrofici” già prodotti dalla Diga del Rinascimento Etiope, chiarendo che le operazioni unilaterali di riempimento e gestione della GERD hanno sottratto all’Egitto volumi d’acqua senza precedenti. Secondo i dati illustrati, dalle quote annuali egiziane – pari a circa 55,5 miliardi di metri cubi – sarebbero stati sottratti fino a 38 miliardi di metri cubi, in un contesto aggravato da cambiamenti climatici e crescente stress idrico. Sweilem ha sottolineato che il fatto che tali danni non siano ancora percepiti direttamente dalla popolazione non elimina la responsabilità dello Stato etiope, avvertendo che Il Cairo si riserva il diritto di chiedere un risarcimento internazionale per le perdite subite da Egitto e Sudan. Il ministro ha inoltre ribadito che non esiste alcun precedente storico di una diga di tali dimensioni costruita sul Nilo senza un accordo vincolante, confermando che l’Egitto monitora 24 ore su 24 il funzionamento della GERD e documenta ogni alterazione del regime del fiume, rafforzando nel contempo le proprie infrastrutture – dalla Diga Alta allo sfioratore di Toshka – per proteggere agricoltura e sicurezza nazionale.
Il silenzio etiope e l’incognita decisiva
Mentre Egitto e Sudan hanno reagito ufficialmente all’iniziativa americana, Addis Abeba continua a non pronunciarsi. Un silenzio che pesa e che, secondo l’ex viceministro degli Esteri egiziano Hussein Haridi, rappresenta il vero nodo della questione.

Secondo Haridi, la risposta etiope sarà decisiva per comprendere se esiste una reale volontà di soluzione o se la mediazione americana rischia di trasformarsi nell’ennesimo ciclo di colloqui destinato a fallire.
Ambiguità americane e diffidenze regionali
Non mancano, nel dibattito egiziano, voci critiche sull’offerta di Trump. Il generale Mohamed Abdel Wahed, esperto di sicurezza nazionale, ha definito il messaggio americano vago e privo di una chiara forza politica, osservando come il linguaggio utilizzato sembri avvicinarsi alla narrativa dei Paesi a monte del Nilo.
Secondo Abdel Wahed, esiste il rischio che la mediazione americana finisca per marginalizzare la natura giuridica della disputa, riducendola a una questione di gestione tecnica o di scambio economico.
Acqua contro energia? Il timore di uno scambio inaccettabile
Particolarmente sensibile è il riferimento, emerso nel dibattito, alla possibilità che Egitto e Sudan acquistino l’energia elettrica prodotta dalla diga etiope. Per molti analisti, questo scenario nasconde il rischio di uno scambio implicito: elettricità in cambio di concessioni sui diritti idrici.
Una prospettiva che al Cairo viene considerata inaccettabile, anche perché l’Egitto dispone già di una rete elettrica solida e interconnessa con Europa e Golfo, e non è disposto a subordinare la propria sicurezza idrica a forniture energetiche esterne.
Il precedente del 2020 e la memoria del fallimento
La prudenza egiziana è alimentata anche dall’esperienza del 2020, quando un round negoziale a Washington, sotto l’egida statunitense e della Banca Mondiale, aveva prodotto una bozza di accordo legalmente vincolante. L’Egitto firmò, il Sudan approvò, ma l’Etiopia si ritirò all’ultimo momento, facendo naufragare l’intesa.
Un episodio che ancora oggi pesa sulla credibilità di qualsiasi nuovo tentativo di mediazione, soprattutto se privo di garanzie vincolanti.
Stabilità regionale o nuova impasse?
Secondo l’ex ministro egiziano dell’Irrigazione Mohamed Nasr Allam, una mediazione americana potrebbe avere successo solo se accompagnata dall’impegno chiaro dell’Etiopia a firmare un accordo definitivo. In caso contrario, il rischio è quello di perdere altro tempo mentre la diga diventa un fatto compiuto.
Un accordo equo e vincolante potrebbe contribuire alla stabilizzazione del Corno d’Africa e rafforzare la cooperazione regionale. Ma senza un cambio di approccio da parte di Addis Abeba, anche l’iniziativa americana rischia di restare prigioniera delle stesse ambiguità che da anni bloccano la soluzione.
La risposta di al-Sisi a Trump segna un punto fermo: dialogo sì, rinunce no. L’Egitto si dice pronto a collaborare, ma solo nel rispetto del diritto internazionale e della propria sicurezza nazionale. In assenza di una risposta etiope chiara e vincolante, la mediazione americana resta sospesa tra opportunità diplomatica e déjà-vu geopolitico.
Ancora una volta, il futuro della crisi del Nilo dipende da una domanda cruciale: Addis Abeba è davvero pronta a un accordo o sta semplicemente guadagnando tempo?
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