
Le “rivelazioni” di Mancini su CIA e Mossad in Iran: tra guerra clandestina, prove indirette e la complessa tessitura della narrazione geopolitica
Ammettiamolo, le dichiarazioni di Marco Mancini a La7 hanno acceso i riflettori su uno scenario che, per chi segue un po’ le vicende internazionali, non è affatto una novità: la presunta presenza di agenti della CIA, del Mossad e dell’intelligence azera in Iran, impegnati in un’attività congiunta contro il regime di Teheran. Ma facciamo un passo indietro. Questo non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce in un contesto che da decenni ribolle di operazioni coperte, sabotaggi, arresti, traffici d’armi e una guerra ibrida che raramente fa notizia sui grandi schermi, ma che si consuma quotidianamente nell’ombra. La vera domanda, quindi, non è se i servizi stranieri operino in Iran, ma piuttosto come, con quali prove e, soprattutto, perché questa specifica narrazione viene rilanciata proprio ora, e con queste modalità.
Partiamo da una certezza granitica: l’Iran è, da almeno vent’anni, uno dei palcoscenici principali di quella che chiamiamo la “shadow war” tra Israele, Stati Uniti e le potenze regionali. Non stiamo navigando nel mare delle ipotesi qui; parliamo di fatti storici ampiamente documentati.
Pensateci: negli ultimi anni, abbiamo assistito a operazioni israeliane sul territorio iraniano che presuppongono, necessariamente, una presenza fisica o almeno una rete di supporto interno. Sabotaggi di impianti nucleari, l’eliminazione mirata di scienziati (ricordate Mohsen Fakhrizadeh?), il furto di archivi riservati sul programma nucleare, l’uso di droni e micro-esplosivi… Tutto questo non è fantascienza. La stampa internazionale – non certo qualche blog marginale – ha ricostruito, pezzo per pezzo, come il Mossad sia riuscito a far arrivare materiali, sistemi d’arma e a reclutare o addestrare personale locale per operare dall’interno. Non è più un segreto di stato; è una prassi che, seppur indirettamente, viene ammessa.
Anche la nostra stampa italiana, pur con la sua tipica cautela e un certo ritardo, ha più volte riportato il ritrovamento di armi, droni, esplosivi e apparati di comunicazione in operazioni che Teheran attribuisce a reti interne collegate a potenze straniere. Loro parlano di “spie”, noi in Occidente tendiamo a parlare di “resistenza interna”. Ma al di là delle etichette, il punto fondamentale rimane: quei materiali non si sono certo teletrasportati.
La situazione si fa più sfumata quando parliamo del coinvolgimento diretto della CIA e, soprattutto, di una cooperazione operativa a tre con l’Azerbaigian. Qui Mancini ha usato una formula che fa molto “linguaggio dei servizi”: “indizi e forse qualcosa in più”. Attenzione, questa non è una prova conclamata, ma neanche una semplice boutade televisiva per fare audience. È il modo in cui un ex uomo dell’intelligence, con anni di esperienza sulle spalle, segnala una convergenza di segnali, non una verità dimostrata e documentabile pubblicamente.
Sul ruolo degli Stati Uniti, le prove pubbliche a nostra disposizione ci parlano principalmente di supporto strategico, condivisione di intelligence, analisi satellitare, guerra cibernetica e pianificazione. Ad oggi, non abbiamo prove aperte che confermino una presenza stabile di agenti CIA operativi direttamente sul suolo iraniano. Questo non significa che non ci siano mai stati contatti o “asset umani”, ma semplicemente che la soglia di visibilità pubblica non è stata superata.
E l’Azerbaigian? Il suo coinvolgimento è probabilmente il punto più politicamente caldo di tutta la narrazione. Baku è da anni un alleato strategico di Israele, ospita infrastrutture considerate sensibili, e la collaborazione in ambito militare e di intelligence è ben nota. Teheran vede l’Azerbaigian come una vera e propria “testa di ponte” ostile ai propri confini settentrionali. È quindi del tutto plausibile che l’Iran percepisca l’Azerbaigian come parte integrante del problema. Ma ricordiamoci sempre: percezione non equivale a prova concreta di operazioni congiunte sul territorio iraniano.
Ed è qui che emerge il cuore della questione: la dichiarazione di Mancini, a mio avviso, va letta più come un atto di posizionamento discorsivo che come una vera e propria rivelazione documentale. Serve a ribadire un messaggio chiave: l’Iran è vulnerabile, il regime è sotto pressione, e una guerra non dichiarata è già in atto. Ma serve anche a spostare il focus mediatico: dall’Iran come possibile vittima di destabilizzazione esterna all’Iran come teatro di complotti, spie e infiltrazioni.
È una narrazione funzionale, mirata, e tutt’altro che neutrale.
In questo senso, il problema non è tanto Mancini in sé, quanto l’uso selettivo che si fa dell’indignazione geopolitica. L’idea che la presenza di servizi occidentali in Iran sia una notizia “shock” è, francamente, un po’ ingenua per chiunque abbia anche solo una minima conoscenza della geopolitica. E lo è ancora di più se la confrontiamo con il silenzio quasi assordante su altri teatri – Gaza in primis – dove non parliamo di indizi, ma di distruzione totale che si sta consumando sotto gli occhi di tutti.
In conclusione, mettiamo i puntini sulle “i”:
- Sì, esistono prove solide di operazioni israeliane sul territorio iraniano. Questo è un dato di fatto.
- No, non abbiamo prove pubbliche definitive di una presenza operativa congiunta CIA-Mossad-Azerbaigian. Mancano i riscontri.
- Sì, esiste una guerra clandestina permanente contro Teheran. È una realtà tangibile.
E questo, a mio modesto parere, più che le spie in sé, dovrebbe farci riflettere seriamente.
