Roma, 17 Gennaio 2026. Mentre le strade tra Piramide e il Circo Massimo si riempiono di bandiere imperiali e ritratti della famiglia Pahlavi, è necessario alzare una voce di condanna ferma e documentata. Quello a cui stiamo assistendo non è un atto di solidarietà, ma un’operazione di revisionismo storico e propaganda coloniale. Si spaccia per “femminista” un’iniziativa che inneggia a uno dei regimi più misogini, classisti e repressivi del Novecento.
Il mito della “Donna Moderna” e la realtà del postribolo
La narrazione occidentale ci propina immagini di donne iraniane degli anni ’70 in minigonna come prova di libertà. È una visione orientalista e superficiale. Quella libertà era un privilegio per un’esigua élite urbana legata alla corte. Per il resto del Paese, la realtà era l’analfabetismo (oltre il 65% tra le donne) e la miseria. Lo Scià non ha mai creato un welfare state; ha creato un sistema di segregazione per classe.

Shahr-e No: La “Cittadella” della Disperazione sotto lo Scià
Per decenni, nel cuore di Teheran, è esistito un luogo che lo Stato chiamava eufemisticamente Shahr-e No (“Città Nuova”), ma che per tutti era semplicemente Qaleh, la Cittadella. Non era un quartiere come gli altri, ma un ghetto recintato da mura alte tre metri, un vero e proprio bordello di Stato dove la dignità umana veniva sistematicamente sacrificata sull’altare del controllo sociale e del profitto.
Una prigione travestita da regolamentazione
Il regime dello Scià presentava Shahr-e No come un esempio di modernizzazione e igiene pubblica. Le donne erano obbligate a possedere tessere sanitarie e a sottoporsi a controlli medici settimanali. Tuttavia, questa “sorveglianza” non era volta al benessere delle lavoratrici, ma alla protezione dei clienti — spesso militari e funzionari — e al mantenimento di un ordine apparente.
In realtà, Shahr-e No funzionava come una macchina di sfruttamento spietata:
* Isolamento forzato: Una volta entrate nella Cittadella, per molte donne l’uscita era impossibile. Il muro di cinta non serviva a proteggerle, ma a segregarle, marchiandole indelebilmente come “paria” della società.
* Schiavitù del debito: La maggior parte delle donne arrivava lì per povertà estrema, rapimento o inganno. Una volta all’interno, venivano indebitate dai gestori (le cosiddette Madame) per l’alloggio e i vestiti, rendendo la loro fuga legalmente e finanziariamente impossibile.
* Condizioni di vita degradanti:
Nonostante la retorica statale, le donne vivevano in stanze anguste e insalubri, costrette a turni estenuanti e soggette a continue violenze fisiche e psicologiche, senza alcuna reale protezione legale contro i soprusi dei clienti o dei protettori.
L’occhio di Kaveh Golestan
La verità brutale su questo luogo è emersa con forza solo grazie al coraggio del fotografo Kaveh Golestan, che negli anni ’70 documentò la sofferenza negli occhi di queste donne. Le sue immagini rivelarono che dietro il trucco pesante e le luci dei caffè non c’era “liberazione”, ma una profonda disperazione umana.
“Queste donne non erano simboli di peccato, ma vittime di una struttura sociale che le usava e poi le chiudeva dietro un muro per non doverle guardare in faccia.”
Una fine senza giustizia
Quando nel 1979 la rivoluzione travolse il quartiere, l’incendio di Shahr-e No non portò la liberazione sperata. Molte donne perirono tra le fiamme o furono vittime di esecuzioni sommarie, passando da una forma di oppressione statale a una violenza ideologica altrettanto cieca.
Oggi, dove sorgevano quelle celle di sofferenza, c’è il Parco Razi. Ma il ricordo di Shahr-e No resta un monito oscuro di cosa accade quando lo Stato istituzionalizza lo sfruttamento del corpo femminile, trasformando la miseria in una pratica burocratica.
Questi erano veri e propri bordelli dove la dignità umana spariva, trasformando il corpo delle donne in merce per la soldataglia, per i turisti e per il personale straniero (americani, inglesi, israeliani) che depredava le risorse dell’Iran. Invece di ospedali e assistenza, il regime offriva violenza sistematica.
L’istruzione come conquista, non come concessione
È un paradosso storico che chi sventola oggi la bandiera del Leone e del Sole faccia finta di non vedere la realtà dei dati:
* Sotto lo Scià, l’istruzione femminile era limitatissima (ben sotto il 20%) ed era un’estensione delle “attività servili”:
alle poche donne che studiavano venivano riservate discipline di “cura” o pedagogia, funzionali a formare mogli educate per l’élite, non cittadine indipendenti.
* Oggi, la società iraniana è strutturalmente cambiata. Grazie alla scolarizzazione di massa (anche nelle zone rurali) e alla creazione di consultori e welfare di base, le donne hanno occupato le università (sono il 60% dei laureati) e le professioni STEM.
La forza della rivolta attuale in Iran nasce proprio da questa nuova consapevolezza intellettuale, che è il prodotto del fallimento del modello monarchico e della crescita di una società che desidera più benessere, più stabilità economica e che non vuole più padroni, né religiosi né coronati.
La SAVAK e il sangue dei giovani
Non si può parlare di “Libertà” sotto i simboli di chi ha governato con la SAVAK. La polizia segreta dello Scià ha fatto sparire, torturato e ucciso migliaia di giovani, studenti e intellettuali negli anni ’60 e ’70. Sventolare quelle bandiere oggi significa sputare sulla tomba di chi è morto lottando per un Iran sovrano e indipendente. Significa ignorare che la Rivoluzione del 1979 fu, originariamente, un grido di dolore di un intero popolo contro la corruzione e la svendita del petrolio alle potenze imperialiste.
Il rifiuto del Femminismo Coloniale
Le piazze di oggi sono composte da una diaspora nostalgica o da cittadini occidentali disinformati che subiscono il fascino di un passato “glamour” che non è mai esistito per il popolo.
Il vero femminismo — quello che non accetta padroni — si è giustamente tenuto lontano. Gruppi femministi più numerosi e, in Italia, un po’ più “egemonici” non hanno condiviso l’ impostazione di queste manifestazioni.
* Il Movimenti come Non Una Di Meno e i collettivi trans-femministi hanno rifiutato questa deriva monarchica.
* Organizzazioni di donne migranti e post-coloniali denunciano l’uso del corpo femminile come pretesto per agende politiche reazionarie.
* Il movimento delle donne curde, benché spesso estremamente critico (e talvolta ostile) verso il governo iraniano, e che è lo stesso che ha coniato lo slogan “Donna Vita Libertà”, ha una visione radicalmente opposta alla restaurazione imperiale e alla “strumentalizzazione” (dello stesso slogan) fatta dalle ultime arrivate, spesso finte organizzazioni (estremamente minoritarie) senza né arte e né parte.
Non c’è nulla di liberatorio nel sostituire un dogma religioso con una corona insanguinata. La solidarietà reale con l’Iran passa per il sostegno a chi lotta per la giustizia sociale, per il welfare state e per il pluralismo, non per chi vuole riportare indietro l’orologio della storia a un’epoca di bordelli di stato e polizia segreta.

