Roberto Roggero – Non è un segreto che il rovesciamento del governo Maduro in Venezuela sia, fra le altre cose, un chiaro avvertimento americano alla Cina: Washington ha intenzione di applicare all’America Latina la nuova versione della Dottrina Monroe, ovvero prendere il totale controllo del territorio, in ogni caso e con qualsiasi mezzo, che già considera una sorta di parco giochi privato.
La prova era già stata offerta con l’affare del Canale di Panama, e il caso Venezuela ha confermato le previsioni. A questo punto, la Cina ha le antenne alzate, per prevedere quale potrebbe essere la prossima mossa del “biondo” Donald: Colombia? Forse Cuba? Magari Ecuador o Messico? Insomma, quei Paesi che da qualche tempo hanno stretti rapporti commerciali con Pechino, che nell’area ha non indifferenti investimenti, fra infrastrutture di carattere strategico, porti, ponti, vie di comunicazione, e i diritti di utilizzo di diverse miniere di materiali preziosi, nelle quali vi sono cospicue partecipazioni cinesi, oltre a settori come energia, difesa e spazio.
Decisamente importante, è la gestione per il 60% da parte del gigante cinese Cosco Shipping Company (e il restante 40% da conglomerati locali), del porto peruviano di Chancay, a una sessantina di chilometri a nord della capitale Lima, dove la Cina ha investito oltre 3 miliardi di dollari, operativo dal 2024, puta di diamante per i collegamenti con l’Asia attraverso l’Oceano Pacifico. Inoltre, altrettanto importante è la produzione di veicoli elettrici e ricambi, in stabilimenti in Brasile e Messico, poi i parchi di impianti per energia solare in Argentina e Cile, la realizzazione di altre importanti infrastrutture fra cui le metropolitane di Monterey e Bogotà, impianti idroelettrici e dighe, la 5G-City Huawei, a Curitiba (Brasile) e la stazione per comunicazioni spaziali di Espacio Lejano in Patagonia.
In totale, fra il 2000 e il 2028, Pechino ha investito in America Latina e Sudamerica oltre 75 miliardi di dollari solo nel comparto materie prime, a cui si devono aggiungere altri investimenti nella progettazione e costruzione di raffinerie e impianti di lavorazione per rame, carbone, petrolio, uranio e gas naturale. Più recentemente, il Made in China ha invaso anche i settori della produzione e lavorazione di litio, specialmente fra Cile, Bolivia e Argentina, dove si produce circa il 50% della quantità mondiale.
Nel 2000, il mercato cinese assorbiva meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina, ma negli otto anni successivi gli scambi sono cresciuti a un ritmo medio annuo del 31%.
Entro il 2021, il valore del commercio bilaterale aveva superato i 450 miliardi di dollari, fino al record di 518 miliardi nel 2024.
Oggi la Cina è il principale partner commerciale del Sud America e il secondo dell’intero continente Sudamericano, con una linea di credito aperta nel 2025 per un volume di 9 miliardi, destinata agli investimenti nella regione.
E’ quindi comprensibile come Pechino stia guardando con estremo interesse alle iniziative del “biondo” Donald nel territorio. Di certo, Pechino non ha la minima intenzione di rinunciare a tali condizioni, ma agirà comunque con proverbiale cautela orientale, per cui al momento giudica conveniente fermare, o quanto meno rallentare i programmi di futuri investimenti, almeno nel breve termine, con un occhio di riguardo anche sulle intenzioni americane riguardo a Taiwan, territorio dove gli Stati Uniti a loro volta hanno parecchi interessi, e ha appena concluso il nuovo accordo commerciale con gli Stati Uniti, considerato il migliore patto sui dazi ottenuto dai Paesi con un surplus commerciale con Washington. Pechino ha attaccato duramente l’intesa. L’accordo USA-Taiwan riduce al 15% i dazi statunitensi sui beni taiwanesi, in cambio di 250 miliardi di dollari (215,3 miliardi di euro) di nuovi investimenti da parte dell’industria tecnologica USA.
Naturalmente la Cina si oppone fermamente al fatto che Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con Pechino firmino con la regione di Taiwan qualsiasi accordo che abbia connotazioni di sovranità e natura ufficiale.
Il Dipartimento del Commercio USA ha dichiarato in una nota che lo storico accordo commerciale con Taiwan stabilirà una partnership economica per creare negli Stati Uniti diversi poli industriali di livello mondiale, per aumentare la produzione interna e favorire un massiccio rientro della produzione di semiconduttori in America.
L’intesa deve essere ratificata dal Parlamento di Taiwan, dove i deputati dell’opposizione hanno espresso timori per il possibile impatto sull’industria dei semiconduttori dell’isola. È coincisa con l’annuncio di TSMC, con sede a Taiwan, il più grande produttore mondiale di chip, che intende aumentare gli investimenti in conto capitale fino al 40% quest’anno. Ha registrato un aumento del 35% dell’utile netto nell’ultimo trimestre, spinto dal boom dell’intelligenza artificiale.
TSMC ha impegnato circa 165 miliardi di dollari in investimenti negli Stati Uniti e ha detto che sta accelerando la costruzione di nuovi impianti in Arizona, puntando a creare un polo di stabilimenti e soddisfare la forte domanda dei clienti.
Il Dipartimento del Commercio ha affermato che i produttori taiwanesi di semiconduttori che investono negli USA avranno anche un trattamento tariffario favorevole, incluse esenzioni.
