Roberto Roggero – Dopo che il “biondo” Donald ha rovesciato il governo venezuelano, e ora minaccia Cuba e Colombia, le rivolte in Iran non si attenuano, con Turchia, Arabia Saudita e Cina che fanno pressione per la moderazione e la de-escalation, per il rischio che le manifestazioni a Teheran e nelle altre città della Repubblica Islamica possano causare un allargamento fuori controllo nella Regione.
La strategia messa in atto da Washington ha momentaneamente attenuato le paure di un attacco militare diretto, ma di certo non è da interpretare come una rinuncia, perché ricalca le dichiarazioni già fatte del “biondo” Donald lo scorso giugno, quando dichiarò di non voler arrivare all’azione militare, preferendo l’azione diplomatica, per non mettere in allarme Teheran mentre l’alleato criminale nazi-sionista israeliano si preparava all’attacco che ha dato il via a quella che è ormai nota come “guerra dei 12 giorni”.
Nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere comparire sui muri di Teheran scritte come “Trump fai presto! Il popolo iraniano ti sta aspettando”, oppure “Morte a Khamenei”, “Viva Pahlavi”. A questo punto Washington avrebbe gioco fin troppo facile, potrebbe favorire il ritorno del figlio dello Scià, che vive n un lussuoso esilio proprio negli Stati Uniti e sarebbe messo alla guida di un governo fantoccio, a modello di quello di Delcy Rodriguez in Venezuela, dando a Israele l carta vincente per ottenere, dopo i massacri perpetrati a Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano, l’obiettivo al quale aspira da tempo, cioè la definitiva rottura del cosiddetto “Asse del Male”, e arrivare a un ruolo di indiscussa egemonia in Medio Oriente. Rimangono i Paesi arabi a opporsi a tutto questo, non tanto in funzione anti-iraniana o anti-americana, ma fondamentalmente anti-israeliana, posto che sono tutte e tre elementi strettamente collegati.
Il tutto mentre i riflettori del mondo non possono penetrare la barriera di oscuramento che il regime degli Ayatollah ha imposto, con il blocco delle comunicazioni e di Internet, mentre continuano proteste popolari, repressione, arresti ed esecuzioni.
La Cina, che ha spesso assunto posizioni a sostegno dell’Iran su una serie di questioni, ha affermato che potrebbe svolgere un “ruolo costruttivo” nell’allentare le tensioni, invitando tutte le parti interessate a dar prova di moderazione. Ovviamente, come per Trump, anche per Xi-Jinping non si tratta tanto di motivazioni umanitarie, quanto di fondamentali interessi commerciali, visto che la Cina è l’acquirente numero uno del petrolio iraniano, a ritmo di u milione e mezzo di barili al giorno.
I ministri degli Esteri iraniano e cinese, Abbas Araghchi e Wang Yi, hanno avuto una lunga conversazione telefonica, nella quale è stato evidenziato il rifiuto dell’uso o la minaccia della forza nelle relazioni internazionali e che Pechino si oppone alle nazioni che impongono la propria volontà su altri.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, principe Faisal bin Farhan Al-Saud, ha a sua volta avuto conversazioni telefoniche con gli omologhi di Iran, Oman e Qatar, durante le quali ha discusso degli ultimi sviluppi e gli sforzi congiunti per migliorare la sicurezza e la stabilità regionale.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, ha contattato gli omologhi francese, omanita e iraniano, e l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, e anche il presidente rusco, Recep Tayyp Erdogan, è mosso esprimendo profondo timore per la situazione, che minaccia la stabilità e la sicurezza dell’intera area.
Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha ribadito il rifiuto di intraprendere azioni militari contro l’Iran, aggiungendo che la Turchia è pronta a iniziative diplomatiche per evitare la crisi aperta fra Washington, Teheran e Tel Aviv, fatto che anche l’Arabia Saudita condivide in pieno, temendo che un eventuale crollo del governo iraniano possa portare Israele a potenza egemone in Medio Oriente.
Rimane il fatto che, come per i precedenti attacchi di Israele e degli Stati Uniti, quella del mondo arabo per Teheran sembra essere una mera solidarietà di facciata, poiché la Turchia è preoccupata per la sua recente strategia, incentrata sulla costruzione di legami amichevoli con le potenze regionali, per espandere la propria influenza in ambito economico.
Di fatto, a Erdogan non dispiacerebbe un indebolimento dell’Iran e una forte perdita di deterrenza, perché Ankara e Teheran sono rivali regionali e fra di loro permangono profonde divergenze, e non certo da ieri, perché è almeno dagli anni ’90 dello scorso secolo che Iran e Turchia competono in molti settori, nei quali anche l’Arabia Saudita ha una fondamentale voce in merito.
