Roberto Roggero – Il dubbio principale e punto centrale dell’ipotesi, è di certo l’entità dell’eventuale attacco. Il riferimento più recente è la guerra dei 12 giorni Israele-Iran dello scorso giugno, al quale anche gli Stati Uniti hanno preso parte, giudicato breve e risolutivo dalla propaganda mainstream ma che in verità non ha cambiato lo scenario interno iraniano, né ha avuto conseguenze di vasta portata sul mercato energetico internazionale.
La domanda principale è: che cosa succede se gli USA dovessero attuare un attacco massiccio, che colpisca quelli che sia per Trump che per Netanyahu sono gli obiettivi più sensibili, ovvero le dotazioni delle basi strategiche e balistiche, e i centri nevralgici del comando della Guardia della Rivoluzione Islamica.
Se si dovesse verificare questa ipotesi, di certo l’Iran risponderebbe in modo proporzionale ed esternalizzerebbe in conflitto, con conseguenze dirette sulla zona dello Stretto di Hormuz e Bab-el-Mandeb, e a quel punto il mercato energetico mondiale ne risentirebbe non poco, con un immediato aumento del prezzo del petrolio. All’interno del Paese ovviamente riprenderebbero le manifestazioni contro il regime degli Ayatollah, con conseguente inasprimento della repressione, che comunque potrebbero riprendere a prescindere da un attacco americano, e anzi, favorire lo stesso intervento americano che il “biondo” Trump dice di voler attuare in difesa della popolazione.
Entrerebbe in scena anche la Cina, che importa il petrolio iraniano per il 90% del suo fabbisogno, la quale dovrebbe trovare un fornitore alternativo (ovviamente non il Venezuela), andando a modificare ulteriormente l’assetto del commercio mondiale di greggio.
E’ comunque un fatto che una guerra americana contro la Repubblica Islamica avrebbe costi esorbitanti e non si sa per quanto tempo si prolungherebbe, per questo Washington manifesta incertezza riguardo a un intervento diretto, preferendo di gran lunga agire sul fronte economico con l’inasprimento delle sanzioni per causare l’implosione del governo degli Ayatollah. Un primo segnale di questo è l’imposizione di dazi al 25% per qualunque Paese abbia rapporti commerciali con l’Iran, iniziativa che costringerebbe questi Paesi a rivedere gli accordi d partenariato con Teheran.
Lo strangolamento economico ha già dimostrato efficacia contro l’Iran, visti i danni provocati dalle sanzioni, che sono fra i motivi scatenanti delle manifestazioni di protesta, e ancora peggiori sarebbero le conseguenze qualora l’Iran si trovasse impossibilitato a esportare petrolio, soprattutto verso la Cina, ma non è chiaro in che modo Pechino si troverebbe a dovere affrontare dazi al 25%, né quale sarà il tema centrale dell’annunciato viaggio del “biondo” Donald proprio in Cina, in programma per quest’anno, probabilmente il prossimo aprile.
Ovviamente verranno discussi temi commerciali e i rapporti di negoziato fra Stati Uniti e Cina, e Cina-Iran.
In campo sarebbero chiamati anche gli Emirati Arabi, che con l’Iran hanno rapporti commerciali più con l’Iran che con gli Stati Uniti, e sono ben disposti anche verso Israele, nonché la Turchia, che a sua volta ha rapporti commerciali con Teheran.
Se l’intervento americano si concentrerà sul traffico navale che dall’Iran porta greggio in Cina, gli effetti negativi saranno indubbiamente molto significativi, anche se è difficile credere che possano portare a una destabilizzazione interna, molto pià a portata di obiettivo con un attacco militare in forze.
Il mercato mondiale, al momento pare stia mantenendo un atteggiamento attendista, non certo indifferente come potrebbe sembrare, poiché le conseguenze sono strettamente collegate con la situazione geopolitica.
Un esercizio puramente teorico di fantapolitica, può comunque aiutare a comprendere quali possano essere le conseguenze di un intervento americano in Iran, dal punto di vista di investimenti stranieri, collegamenti commerciali soprattutto marittimi, approvvigionamento di generi di primo consumo, e sia sul medio che sul lungo termine: un Iran destabilizzato a livello governativo, in pratica il regime con degli Ayatollah e l’apparato di sicurezza non più in grado di governare il Paese, ma che continua comunque a esercitare letali capacità repressive, l’Iran vedrebbe una escalation delle violenze con situazioni di guerra civile, che pregiudicherebbe la presenza di petrolio iraniano sul mercato globale. Dal momento che questo petrolio è quasi completamente destinato alla Cina, è gioco forza che Pechino dovrà assicurarsi fonti alternative, quasi certamente in Russia, non certo dal Venezuela, forse da alcuni Paesi del Golfo.
Fra tutti i “se” e i “ma” rimane comunque la certezza che il greggio subirebbe aumenti straordinari sulla scena mondiale, considerando le rotte di approvvigionamento attraverso lo Stretto di Hormuz, Bab-el-Mandeb e Mar Rosso, dove passa non solamente il petrolio iraniano, ma anche quello esportato dai Paesi del Golfo.
