
Teheran/Roma
Mentre i telegiornali italiani continuano a trasmettere la solita narrazione bidimensionale – un copione da rotocalco fatto di “buoni contro cattivi”, “libertà contro oscurantismo” – dietro le quinte del Medio Oriente si sta giocando una partita mortale di cui RAI e grandi quotidiani sembrano ignorare persino l’esistenza. O peggio, fingono di non vedere. La realtà dell’Iran nel 2026 non è un post su Instagram: è una guerra ibrida fatta di carichi d’armi sequestrati, manipolazioni digitali di massa e un tentativo revisionista di riportare al potere una dinastia, quella Pahlavi, che la storia ha già condannato per la sua mediocrità e il suo servilismo coloniale.
Il Silenzio dei Complici: Perché i Media Italiani devono Vergognarsi
Partiamo dal cuore del problema: l’incompetenza crassa e la superficialità del giornalismo nostrano. È scandaloso che testate come il Corriere, Repubblica o la TV di Stato glissino sistematicamente sui fatti concreti che complicano la loro narrazione semplificata. I nostri inviati, spesso chiusi in hotel o impegnati a tradurre acriticamente i feed di X (ex Twitter), hanno trasformato il giornalismo in un organo di propaganda a reti unificate.
Omettere i dati sui sequestri di armi o le indagini sull’intelligence straniera non è “prudenza”, è omissione deliberata. Raccontare l’Iran come un monolite di pura repressione, ignorando le reti di destabilizzazione esterna, significa trattare il pubblico italiano come un gregge incapace di comprendere la complessità geopolitica. La stampa italiana è diventata la grancassa di una strategia di Regime Change orchestrata altrove, tradendo la propria missione di indipendenza per diventare un semplice ufficio stampa dell’atlantismo più becero.
L’Arsenale dell’Ombra: La Prova della Guerra per Procura
La prova regina che quella in corso non è solo una “protesta civile” risiede nei magazzini dei sequestri. Nel novembre 2025, le forze di sicurezza dell’IRGC hanno intercettato nel nord-ovest del Paese un carico che farebbe impallidire una piccola milizia: 198 bombe esplosive ad alto potenziale, munizioni perforanti, visori notturni e sistemi di comunicazione criptati.
Queste armi non servono per manifestare: servono per uccidere, per sventrare edifici, per creare il caos necessario a una guerra civile. Entrano dai confini porosi, spesso con il beneplacito di entità straniere interessate a vedere l’Iran in fiamme.
Perché la stampa italiana non ne parla?
Perché ammettere che ci sono “manifestanti” armati fino ai denti da potenze estere distruggerebbe la favola del “popolo disarmato”.
È la stessa strategia vista in Siria e in Libia: armare l’opposizione per poi gridare alla repressione quando lo Stato reagisce per non collassare.
La Fabbrica del Consenso: Il Ritorno di Pahlavi è un Algoritmo
Il punto più “velenoso” di questa operazione è il tentativo di resuscitare politicamente la salma della dinastia Pahlavi. Un’indagine coraggiosa di TheMarker e Haaretz ha svelato quello che sospettavamo: il sostegno a Reza Pahlavi è, in larga parte, una costruzione digitale.
Una società israeliana ha gestito per mesi una rete coordinata di account falsi, con foto profilo generate dall’Intelligenza Artificiale, per simulare un immenso consenso popolare. Questi bot si attivavano chirurgicamente in concomitanza con gli attacchi militari israeliani, diffondendo notizie e slogan pro-monarchia prima ancora che i fatti accadessero.
I giornalisti italiani hanno abboccato all’amo, scambiando una campagna di intelligence di Tel Aviv per un movimento spontaneo. Hanno spacciato per “storia” quello che era solo un codice binario israeliano progettato per manipolare le masse.
La Truffa del “Femminismo Monarchico”: Numeri reali vs. Propaganda
Veniamo all’appello più importante, quello alle donne. La propaganda mainstream dipinge l’era Pahlavi come un paradiso di minigonne e libertà. Ma le statistiche storiche, quelle vere, sono un insulto a questa narrazione:
* Sotto lo Scià: Meno del 10% delle donne (soprattutto nelle aree rurali) era alfabetizzato. La stragrande maggioranza viveva nell’ignoranza e nella servitù. Solo il 20% delle donne lavorava, quasi esclusivamente in settori non qualificati. Quella dello Scià era una modernità di facciata, limitata a una piccola élite di Teheran dedita allo shopping a Parigi.
* Oggi: Nonostante un sistema politico certamente rigido e carico di limiti, i dati socio-economici sono incontrovertibili. La Repubblica Islamica, paradossalmente, ha creato le basi per una vera emancipazione professionale:
* Oltre il 60% dei laureati in Iran sono donne.
* L’Iran ha una delle più alte percentuali al mondo di donne nelle facoltà di Ingegneria e Scienza.
* La sanità iraniana è retta da un esercito di donne medico, ginecologhe e farmaciste, sostenute da una rete di consultori e infrastrutture sanitarie che sotto i Pahlavi semplicemente non esistevano.
Donne, non fatevi scippare i vostri successi da chi vi vuole riportare indietro. Chi vi vende il mito di Pahlavi “liberatore” vi sta mentendo: vi voleva analfabete e sottomesse a una corona fantoccio. Oggi siete istruite, siete professioniste, siete la spina dorsale del Paese. Non lasciate che il vostro futuro venga deciso da un bot israeliano o da un principe che vive di rendita all’estero.
La Responsabilità della Verità
L’Iran non è un paradiso, ma non è nemmeno la caricatura che i media italiani vi servono ogni sera. È una nazione orgogliosa, sotto assedio militare, economico e digitale. Accettare la versione dei Pahlavi significa accettare la fine della sovranità iraniana.
È tempo che il pubblico italiano inizi a pretendere un giornalismo serio, che sappia distinguere tra una protesta legittima e una destabilizzazione armata, tra un cittadino reale e un bot AI. Finché RAI e testate nazionali continueranno a ignorare le armi clandestine e la storia economica delle donne iraniane, saranno complici di una guerra che non ha nulla di umanitario, ma tutto di coloniale.
La verità non ha bisogno di filtri. Ha bisogno di coraggio.
