L’Iran sotto assedio: tra disordini pilotati, il falso mito dei Pahlavi e la realtà della rivoluzione femminile
Le immagini che arrivano oggi dall’Iran vengono passate attraverso un filtro deformante che trasforma la complessità di una nazione in una caricatura per il consumo occidentale. I disordini attuali, presentati come una rivolta monolitica contro l’oscurantismo, nascondono in realtà una guerra su più livelli: una guerra economica, una guerra di informazione e, soprattutto, un tentativo di restaurazione di un passato mitologico che non è mai esistito per il popolo iraniano.
L’anomalia dei disordini: perché un iraniano non brucia le moschee
Una delle narrazioni più insistenti nei media mainstream riguarda gli attacchi ai luoghi di culto. Dobbiamo essere chiari: l’idea che un cittadino iraniano, anche se profondamente critico verso la classe dirigente, decida di dare alle fiamme una moschea è un’assurdità sociologica.
Perché? Perché in Iran, sotto la guida della Repubblica Islamica, la moschea ha ripreso la sua funzione originaria di centro sociale e di mutuo soccorso. È il luogo dove si organizzano i consultori, dove si distribuiscono aiuti alimentari, dove la comunità si riunisce per affrontare la crisi.
Bruciare una moschea significa bruciare l’unico ammortizzatore sociale rimasto in un Paese strangolato. Quando vediamo queste immagini, non stiamo guardando una protesta popolare: stiamo guardando l’opera di infiltrati e manipolatori dell’informazione. Si tratta di elementi, spesso legati a reti straniere o a gruppi terroristici, che hanno il compito di creare il caos visivo necessario a giustificare un intervento esterno o a dipingere il Paese come sull’orlo del collasso.
Il mito della “minigonna” contro la realtà dell’istruzione
La propaganda dei nostalgici della monarchia, appoggiata da ambienti israeliani e statunitensi, usa spesso la carta delle donne. Ci mostrano le foto delle donne in minigonna sotto lo Scià come prova di “libertà”. Ma quella era una libertà puramente estetica, riservata a una ristretta cerchia di privilegiate che vivevano nel lusso mentre il resto del Paese affogava nell’ignoranza.
* Sotto lo Scià:
La dinastia Pahlavi non ha mai voluto l’emancipazione reale. Il dato storico è schiacciante: meno del 10% delle donne iraniane era alfabetizzato. La stragrande maggioranza viveva in una condizione di miseria e analfabetismo brutale. Lo Scià voleva donne “occidentalizzate” fuori, ma le lasciava ignoranti e senza diritti sostanziali dentro.
* Sotto la Repubblica Islamica:
Paradossalmente, proprio il sistema attuale ha creato le basi per una vera rivoluzione femminile. Lo Stato ha investito capillarmente nelle aree rurali, portando scuole e università ovunque. Oggi, l’alfabetizzazione femminile sfiora il 100%. Le donne non solo studiano, ma dominano le università: oltre il 60% dei laureati in discipline scientifiche e mediche sono donne. Questa è l’emancipazione reale: avere gli strumenti intellettuali per capire e cambiare il proprio Paese.
Sanità e assistenza: la nascita dei consultori femminili
Mentre lo Scià spendeva miliardi in armi americane e feste nel deserto, la Repubblica Islamica ha costruito un sistema di assistenza sociale che prima era inesistente. Sono stati creati migliaia di consultori femminili e centri di salute primaria. Oggi l’Iran ha una classe medica femminile tra le più preparate al mondo; le donne lavorano massicciamente nella sanità e godono di tutele sociali che sotto la monarchia erano pura fantascienza. Se oggi le donne iraniane hanno una voce forte e consapevole, è perché hanno avuto accesso a una sanità e a un’istruzione di massa che il regime dei Pahlavi aveva negato loro per decenni.
L’economia “buggata” e il fango del patriarcato
Spesso si punta il dito contro il basso tasso di occupazione femminile (meno del 20%) per gridare al “patriarcato islamico”. Questa è un’operazione di disonestà intellettuale colossale. La bassa occupazione femminile non dipende assolutamente da un divieto religioso, ma da un’economia letteralmente ingessata e soffocata dal cordone sanitario occidentale.
* Il cordone sanitario: L’Iran è vittima di un assedio economico totale. Le sanzioni bloccano il commercio, gli investimenti e persino l’importazione di macchinari medici.
* Disoccupazione indotta:
In un’economia che non può respirare, il lavoro scarseggia per tutti. C’è una disoccupazione maschile altissima; attribuire le difficoltà lavorative delle donne solo alla religione, ignorando che l’Occidente sta deliberatamente affamando il popolo iraniano, è una falsificazione dei fatti. Le donne sono istruite e pronte a lavorare, ma è l’assedio esterno a impedire lo sviluppo economico del Paese.
Pahlavi: gli “stinchi di santo” che non hanno mai lavorato
Chi sono i volti che oggi la propaganda ci propone come alternativa?
Reza Pahlavi e la sua cerchia. Persone che non hanno mai lavorato un solo giorno in vita loro, che vivono nel lusso degli Stati Uniti grazie ai capitali immensi sottratti all’Iran dal padre e dal nonno. Sono personaggi artificiali, senza alcuna legittimità interna, che si prestano a fare da prestanome per chi vuole trasformare l’Iran nell’ennesimo teatro di guerra per procura, esattamente come accaduto in Libia o in Siria.
Difendere la realtà dall’informazione di regime
I disordini attuali devono essere letti per quello che sono: una combinazione di malcontento reale per la crisi economica (causata dalle sanzioni) e di un’aggressione mediatica e operativa esterna.
Difendere l’Iran oggi significa:
* Smascherare il mito dei Pahlavi come “liberatori” delle donne.
* Riconoscere che l’istruzione e la salute delle donne iraniane sono conquiste strutturali nate nonostante l’assedio.
* Denunciare il doppio standard di chi piange per una protesta a Teheran ma tace sulla distruzione sistematica di ogni infrastruttura civile in Palestina.
L’Iran è un Paese complesso, fiero e istruito. Non ha bisogno di tornare a un passato di sottomissione coloniale sotto mentite spoglie monarchiche, ma ha bisogno che venga tolto il cappio economico che l’Occidente gli ha stretto intorno al collo.
