VENEZUELA USA
Roberto Roggero – Mentre il “biondo” Donald si pavoneggiava di fronte al mondo, minacciando la fine del regime di Nicolas Maduro, l’operazione che si è conclusa con il rapimento del presidente venezuelano e della moglie Cilia Flores era già stata messa a punto nei particolari e stava per scattare. Insomma, nello Studio Ovale era già stato messo a punto tutto, e la cattura di Maduro si dava già per certa.
Cospirazione per narcotraffico internazionale, terrorismo, cospirazione contro gli Stati Uniti, possesso di armi da guerra e ordigni esplosivi, queste le accuse che porteranno a breve Maduro e consorte di fronte a un tribunale di New York, ovviamente con sentenza già scritta.
Il raid americano ha lasciato oltre 40 morti, tutti venezuelani, fra militari e civili, mentre nessuna perdita fra gli americani, eccetto qualche ferito in modo leggero, come ha confermato il generale Dean Caine, capo dello stato maggiore congiunto, a bordo dell’elicottero che trasportava l’ormai ex presidente e la moglie, sorpresi nel sonno dal commando Delta Force, e attualmente al MDC (Metropolitan Detention Center), carcere federale di Brooklyn noto per aver ospitato detenuti celebri come Joaquin “El Chapo” Guzman, Luigi Mangione, Ghislaine Maxwell e Puff Diddy.
Nel ribadire che gli Stati Uniti “piloteranno” il governo venezuelano fino a transizione democratica avvenuta, Trump ha poi confermato che l’apparato militare rimane in allerta, e pronto per altri attacchi, qualora fossero necessari.
Ovviamente gli oppositori di Maduro festeggiano il blitz, prima fra tutti Maria Corina Machado, discusso Premio Nobel per la Pace e leader del fronte di opposizione, “amica” del biondo “Donald” che si è già detta pronta a governare, sebbene per Washington non abbia il necessario consenso popolare, mentre la Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodriguez di assumere la presidenza ad interim, ovviamente sotto l’ala protettrice di Donald Trump.
Delcy Eloina Rodriguez è un personaggio a sua volta molto discusso. Nata nel maggio 1969 a Caracas, avvocato, già presidente dell’Assemblea Nazionale nel 2017-18 e sorella di Jorge Rodriguez, attuale presidente dell’Assemblea stessa. Il padre era Jorge Antonio Rodriguez, attivista guerrigliero della sinistra venezuelana, coinvolto nel sequestro di un imprenditore americano nel 1976.
Delcy Rodriguez è presidente del Movimiento Somos Venezuela (MSV), creato da Nicolas Maduro, alleato del PSUV nella coalizione GPPSB, e si è imposta come figura di riferimento del panorama politico nazionale, avendo ricoperto numerose cariche ufficiali anche nei passati governi, con Hugo Chavez e poi con lo stesso Maduro, di cui è considerata una fedelissima, anche se a questo punto, con non pochi dubbi. È stata ministro delle Comunicazioni e dell’Informazione, degli Esteri, del Commercio ed Economia, attualmente è anche responsabile dell’intelligence e ministro degli Idrocarburi, quelli su cui Trump ha messo le mani.
Sull’onda della lotta al narcotraffico, Trump si intromette di prepotenza anche negli affari dell’Honduras, minacciando la sospensione degli aiuti americani qualora diventasse presidente il candidato della sinistra, e intanto forma la grazie e rimette in libertà l’ex presidente narcotrafficante Juan Orlando Hernández, mentre in Venezuela fa sequestrare Maduro da un commando speciale e autorizza Delcy Rodriguez ad assumere la presidenza ad interim, sebbene la stessa sia stata oggetto di sanzioni dirette da parte di USA, Svizzera, Canada e Unione Europea, in quanto considerata complice di Maduro. Ma nessun problema, Delcy Rodriguez ha evidentemente abbassato il capo e si è sottomessa al volere dello Zio Sam, quindi colpo di spugna sulle sanzioni, senza alcun problema.
Nelle concitate ore dell’incursione americana, diverse voci – smentite dal Cremlino – hanno affermato che Delcy Rodriguez fosse scappata a Mosca, poi la tv di Stato ha trasmesso un messaggio audio alla nazione, in cui chiedeva a Trump prova che Maduro e la moglie fossero in vita, e la prova che non ha mai lasciato Caracas e che fosse impegnata con i ministri per formare un nuovo esecutivo, in costante contatto con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, al quale ha fatto sapere di essere a disposizione…mentre pubblicamente negava di avere intavolato trattative con la Casa Bianca e riconosceva in Nicolas Maduro l’unico presidente del Venezuela. Quindi, la vicepresidente ha fatto appello alla calma: “La storia presenterà il conto agli estremisti che hanno promosso questa aggressione armata contro il nostro Paese. Il Venezuela non sarà colonia di nessuno”. I fatti hanno prontamente smentito tali affermazioni.
La situazione resta estremamente confusa, o almeno questa è l’immagine trasmessa al mondo dal Venezuela, perché comunque il vero e proprio colpo do stato fomentato e attuato dagli Stati Uniti, non ha ancora alcun elemento che porti a vedere gli elementi di base per parlare di un nuovo governo venezuelano. Al momento i fatti raccontano solo un attacco arbitrario a uno stato sovrano, che è riuscito, a quanto pare, con ila complicità, o se vogliamo, il tradimento di qualcuno, o più di uno, della ristretta cerchia di Maduro, e non certo come risultato di una congiura e malcontento popolare.
Da Caracas non è stato comunicato alcun piano operativo che possa fare pensare a una stabilizzazione della situazione, né l’esercito venezuelano si è mosso dai propri acquartieramenti. Nessun governo provvisorio, nessuno nome di un eventuale successore, ma al momento solo un avvicendamento con la vicepresidente Delcy Rodriguez che appare non certo come una fedelissima di Nicolas Maduro, tanto meno non vi è segno alcuno riguardo le roboanti dichiarazioni di Mari Machado, pronta a entrare nel ruolo.
L’operazione è stata principalmente un attacco predatorio, coloniale, in piena Dottrina Monroe. Trump ha dichiarato che sarà Washington a gestire direttamente il Venezuela e a decidere l’uso delle risorse. E naturalmente sono già state messe le mani avanti, con chiare minacce anche a Colombia e Messico, che “potrebbero” incontrare lo stesso destino.
Lo stile coloniale si è rivelato nella dinamica dei bombardamenti, che hanno accuratamente evitato gli impianti petroliferi, e nelle dichiarazioni del segretario di Stato e di quello della Difesa che hanno vantato la supremazia assoluta della forza armata americana senza riconoscere alcun concorso ad alleati interni, a quinte colonne pronte a prendere il potere. Resta ora da vedere come si muoverà l’esercito venezuelano, che molto probabilmente rimarrà a disposizione del “governo”.
In sostanza, Delcy Rodriguez rimane la vicepresidente del Venezuela, il cui presidente per forza è Donald Trump.
A norma di legge, la vicepresidente dovrebbe convocare entro un mese le elezioni.
Trump potrebbe prendere atto di questo sviluppo, dichiarare come al solito una vittoria immaginaria e riportare a casa le truppe, come già accennato da Rubio. Altrimenti dovrà dare in via a una vera e propria un’invasione o una guerra in piena regola, mettendosi contro sia a buona parte dell’elettorato repubblicano, sia all’opinione pubblica statunitense, assolutamente contraria a nuove e costose guerre. Da considerare che in Venezuela rimangono almeno sei milioni di nostalgici di Hugo Chavez armati e addestrati, guidati da militari professionisti e con dotazioni di rispetto, fra cui droni e missili.
È anche possibile che si arrivi a una trattativa secondo la quale il Venezuela, in cambio di una sovranità limitata e sorvegliata, riconosce agli Stati Uniti un diritto di prelazione a prezzi stracciati sul suo petrolio a scapito del maggiore acquirente attuale, che è la Cina. Pechino potrebbe non sollevare forti obiezioni alla proposta dato che il petrolio venezuelano incide per pochi punti sul suo fabbisogno, ma in questo caso il governo Rodriguez rischierebbe di soccombere alla prima tornata elettorale di fronte al malcontento della base politica che vedrebbe tradito il progetto socialista.
