Un investimento da 1,8 miliardi di dollari ridisegna gli equilibri regionali e mette in ombra il corridoio indo-mediterraneo sponsorizzato dagli Stati Uniti
di Chiara Cavalieri*
IL CAIRO/ RIYADH. Un imponente progetto di collegamento elettrico tra Egitto e Arabia Saudita sta attirando crescente attenzione – e preoccupazione – in Israele. A lanciare l’allarme è il quotidiano economico israeliano Globes, che in un recente rapporto analizza l’impatto strategico dell’iniziativa energetica congiunta tra Il Cairo e Riyadh, sottolineandone le potenziali conseguenze sul corridoio IMEC (India–Middle East–Europe Corridor).
Secondo Globes, il progetto – dal valore complessivo stimato in circa 1,8 miliardi di dollari – rappresenta uno sviluppo concreto e avanzato della cooperazione regionale al di fuori del quadro dell’IMEC, che resta invece fermo alla fase degli annunci politici.

Un’integrazione energetica fuori dall’IMEC
Il quotidiano israeliano evidenzia come il progetto egiziano-saudita punti a consentire lo scambio di elettricità in eccesso tra i due Paesi, sfruttando la differenza stagionale dei picchi di consumo:
- in Arabia Saudita la domanda massima si registra in inverno,
- in Egitto durante l’estate.
Questa integrazione rende possibile una gestione più efficiente delle reti e assume particolare rilevanza nel contesto delle sfide comuni legate agli obiettivi sulle energie rinnovabili.

IMEC: grandi annunci, pochi risultati
Globes ricorda che il progetto IMEC, annunciato dall’ex presidente statunitense Joe Biden nel settembre 2023 come grande corridoio strategico per collegare India ed Europa attraverso Emirati Arabi Uniti, Giordania e Israele, nei settori dell’energia, delle comunicazioni e dei trasporti, non ha ancora prodotto risultati tangibili.
Nonostante il successivo sostegno ribadito da Donald Trump dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, e il coordinamento dichiarato con il primo ministro indiano Narendra Modi, il corridoio resta bloccato, soprattutto a causa delle tensioni regionali e dell’assenza di un avanzamento operativo concreto.
Il progetto egiziano-saudita: numeri e infrastrutture
Al contrario, Egitto e Arabia Saudita hanno deciso di procedere autonomamente. Il progetto prevede:
- uno scambio energetico fino a 3.000 megawatt,
- una prima fase da 1.500 megawatt, attualmente in fase avanzata.
L’infrastruttura copre una distanza totale di 1.350 chilometri, includendo:
- linee di trasmissione ad alta tensione terrestre,
- cavi sottomarini nel Golfo di Aqaba.
Le principali stazioni di trasformazione sono situate a:
- Badr (a est del Cairo),
- Tabuk (nord dell’Arabia Saudita),
- Medina (ovest saudita).
I partner industriali: Giappone e Italia protagonisti
Data la complessità tecnica del progetto, le compagnie elettriche dei due Paesi si sono affidate a un consorzio internazionale:
- la giapponese Hitachi, resposabile delle sottostazioni elettriche tramite la sua divisione energia;
- l’italiana Prysmian, incaricata della progettazione, produzione, installazione e gestione dei cavi terrestri e marittimi di alimentazione e comunicazione.
Una valenza strategica per Il Cairo e Riyadh
Secondo Globes, il progetto riveste un’importanza cruciale:
- per l’Egitto, che affronta una persistente carenza energetica;
- per l’Arabia Saudita, che necessita di enormi volumi di elettricità per alimentare i suoi megaprogetti, in particolare la città futuristica di Neom, situata in prossimità del Sinai.
Il quotidiano israeliano sottolinea inoltre che Il Cairo considera questo collegamento un primo passo verso un obiettivo più ambizioso: collegare la propria rete elettrica all’Europa attraverso Cipro e Grecia, come alternativa concreta all’IMEC.
Il nodo israelo-cipriota-greco
In parallelo, Israele sta portando avanti con Cipro e Grecia il progetto Interconnector, che prevede un collegamento sottomarino di 1.230 chilometri tra le tre reti elettriche.
La mossa egiziano-saudita, osserva Globes, rischia tuttavia di ridimensionare il ruolo strategico di Israele come snodo energetico regionale.
Ritardi, rinnovabili e gas: il quadro energetico
Le autorità egiziane avevano annunciato il completamento della prima fase entro la fine del 2024 e l’avvio della piena produzione nel 2025. La realtà, però, parla di un ritardo significativo: l’entrata in funzione è ora prevista non prima della prima settimana del 2026, senza una data certa per il completamento totale.
Il quotidiano rileva inoltre che:
- l’Egitto ha raggiunto nel 2024 solo il 12% di energia rinnovabile, contro un obiettivo del 20%;
- Israele si è fermato al 14,7%.
Nel frattempo, Il Cairo ha aumentato drasticamente le importazioni di gas israeliano, arrivate a 10 miliardi di metri cubi nel 2024, quasi cinque volte i livelli del 2020.
Un recente accordo sul giacimento Leviathan prevede esportazioni verso l’Egitto per 35 miliardi di dollari, pari a 130 miliardi di metri cubi di gas.
La sinergia stagionale come vero vantaggio
Globes conclude sottolineando che il vero punto di forza della partnership egiziano-saudita risiede nella complementarità stagionale dei consumi:
- in Egitto la domanda estiva supera del 30% la media annua;
- in Arabia Saudita il picco si registra in inverno.
Una sinergia naturale che consente a ciascun Paese di beneficiare del surplus energetico dell’altro, rafforzando l’autonomia regionale e ridisegnando le priorità strategiche nel Mediterraneo allargato.
*L’autrice e’ presidente della associazione italo egiziana ERIDANUS e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM.
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