Il Cairo – Tel Aviv, 24 dicembre 2025- Le relazioni tra Egitto e Israele hanno raggiunto il livello più basso dalla firma dell’accordo di pace del 1979. A lanciare l’allarme è David Govrin, ex ambasciatore israeliano al Cairo, che in un intervento molto critico ha attaccato apertamente il dibattito mediatico egiziano, accusato di alimentare una retorica anti-israeliana sempre più aggressiva, soprattutto dopo la guerra nella Striscia di Gaza.
Secondo Govrin, il deterioramento dei rapporti non è un fenomeno episodico, ma il risultato di una combinazione di fattori politici, di sicurezza e di percezione pubblica che stanno progressivamente erodendo le basi del dialogo bilaterale.
Indicatori di una crisi profonda
L’ex ambasciatore ha elencato una serie di segnali che, a suo giudizio, testimoniano la gravità della situazione. Tra questi, le ripetute violazioni dei termini dell’accordo di pace nel Sinai, l’aumento dell’attività dei droni lungo il confine e, soprattutto, l’assenza degli ambasciatori nelle rispettive capitali per oltre 18 mesi, un fatto senza precedenti nella storia recente delle relazioni tra i due Paesi.
A ciò si aggiunge l’intensificazione della retorica anti-israeliana nei media egiziani, che Govrin definisce un riflesso diretto della guerra a Gaza e della crescente pressione dell’opinione pubblica interna sul governo del Cairo.
Il gas come leva politica mancata
Nel suo intervento, Govrin ha insistito sul fatto che il recente accordo sul gas tra Israele ed Egitto rappresenta molto più di un’intesa economica. A suo avviso, si tratta di una opportunità politica strategica che Israele dovrebbe sfruttare per riaprire canali di dialogo diretto con il Cairo, oggi quasi completamente paralizzati.
L’accordo attuale, ha ricordato, è il secondo del suo genere e prevede l’esportazione di una quantità di gas più che doppia rispetto a quella concordata nel 2018, vincolando i due Paesi a un impegno energetico di lungo periodo. Una cooperazione strutturale che, secondo Govrin, dovrebbe costituire la base per una rinnovata interlocuzione politica.
Un rapporto ambivalente: cooperazione senza normalizzazione
Govrin ha descritto la posizione egiziana come intrinsecamente ambigua. A 46 anni dalla pace, l’Egitto – ha affermato – “cammina con Israele e si sente senza di esso”. La normalizzazione, pur essendo funzionale agli interessi economici e di sicurezza del Cairo, continua a essere percepita dalla piazza egiziana come un “drappo rosso”, soprattutto in un contesto segnato dalle immagini e dalle conseguenze della guerra a Gaza.
Questo spiega, secondo l’ex ambasciatore, perché oggi qualsiasi riavvicinamento pubblico risulti politicamente più costoso rispetto al 2018, quando il Presidente Abdel Fattah Al-Sisi definì il primo accordo sul gas un “colpo da maestro” riuscendo a contenere le critiche interne.
Crisi economica egiziana e dipendenza energetica
Govrin ha inoltre posto l’accento sulla dimensione economica. Con una popolazione che sfiora i 120 milioni di abitanti, l’Egitto dipende sempre più dal gas israeliano per soddisfare le esigenze dell’industria e della popolazione. Questa dipendenza è aggravata da una grave crisi economica: il debito estero supera i 155 miliardi di dollari, una cifra pari a circa tre volte le riserve di valuta estera del Paese.
In questo quadro, qualsiasi alternativa all’importazione di gas da Israele – ha sostenuto – risulterebbe ancora più onerosa per l’economia egiziana. Da qui la definizione dell’accordo come una “doppia vittoria”, priva di reali perdite per entrambe le parti.
Pace e cooperazione: un messaggio che non passa
Per Govrin, il modello della cooperazione energetica dimostra che la pace può produrre benefici concreti e reciproci. “Questi sono i frutti della pace e dovrebbero essere commercializzati su questa base”, ha affermato. Tuttavia, ha riconosciuto che il contesto attuale rende questo messaggio estremamente difficile da veicolare all’opinione pubblica egiziana.
Non a caso, il capo del Servizio di informazione statale egiziano si è affrettato a ridimensionare la portata politica dell’accordo, presentandolo come una semplice intesa commerciale tra aziende americane ed egiziane, quasi a negare la natura israeliana del gas. Una strategia comunicativa che riflette la sensibilità del momento.
Il fattore Fratelli Musulmani e il Mediterraneo orientale
A conferma della persistenza di un rifiuto diffuso della normalizzazione, Govrin ha ricordato la condanna dell’accordo da parte dei Fratelli Musulmani, segnale di come ampi settori della società continuino a opporsi a qualsiasi forma di cooperazione visibile con Israele.
L’ex ambasciatore ha poi richiamato la dimensione regionale dell’accordo sul gas, in particolare in relazione all’espansione turca nel Mediterraneo orientale. Ha ricordato di aver partecipato personalmente all’iniziativa egiziana del 2019 che portò alla nascita dell’East Mediterranean Gas Forum, con la partecipazione di Israele, Egitto, Cipro, Grecia, Giordania, Palestina e Italia, come risposta diretta al memorandum turco-libico sulle zone economiche esclusive.
In questo contesto, l’Egitto svolge un ruolo chiave come hub energetico, grazie agli impianti di liquefazione di Idku e Damietta, essenziali per l’esportazione del gas israeliano verso l’Europa, in assenza di un gasdotto diretto tra Israele e Cipro.
Dialogo diretto o stagnazione
Govrin ha concluso con un appello chiaro: il dialogo diretto, senza intermediari, è l’unica via per ricostruire fiducia, comprensione e una partnership strategica stabile. Ma le sue stesse parole lasciano emergere una realtà complessa: la cooperazione tra Egitto e Israele resta solida sul piano tecnico ed energetico, mentre sul piano politico e simbolico appare più fragile che mai.
Chiara Cavalieri
Presidente dell’Associazione Italo-Egiziana Eridanus
Vicepresidente Centro Studi UCOI – UCOIM.
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