C’è una tentazione ricorrente, ogni volta che la destra vince un’elezione in America Latina: quella di dichiarare il continente definitivamente consegnato a una nuova “internazionale nera”. Un asse ideologico che va da Trump a Milei, da Kast a Bolsonaro, e che promette ordine, mercato e identità come risposta alla crisi del progressismo. È una lettura comprensibile, ma sbagliata. Perché confonde un ciclo politico con un destino storico.
La vittoria di José Antonio Kast in Cile è stata rumorosa, simbolicamente violenta. Ma non è un’eccezione: è un sintomo. E come tutti i sintomi, dice più del corpo che della malattia.
Le destre non avanzano nel vuoto: avanzano nel fallimento
In America Latina la destra radicale non cresce perché il “popolo diventa fascista”. Cresce perché la sinistra di governo ha smesso di essere un’alternativa reale. Quando i governi progressisti rompono il patto con i movimenti sociali e amministrano l’austerità con linguaggio inclusivo, aprono uno spazio politico enorme.
In quello spazio entrano le destre. Non perché siano migliori, ma perché sono leggibili. Semplificano, indicano nemici, promettono punizione. Non offrono giustizia sociale, ma vendetta simbolica. Funziona, soprattutto in società stremate dalla precarietà e dalla violenza. Kast, Milei, Noboa non sono geni politici. Sono prodotti del disincanto.
L’internazionale nera: un gigante dai piedi di argilla
Che esista un coordinamento ideologico tra le nuove destre è fuori discussione. Retoriche comuni, finanziamenti e guerra culturale permanente. Ma scambiare questo per una strategia continentale solida è un errore. Non c’è una visione economica di lungo periodo. C’è un collage: neoliberismo radicale, autoritarismo morale e subordinazione geopolitica agli Stati Uniti.
Le destre latinoamericane governano per shock: tagli, repressione, decreti. Ma consumano capitale politico in fretta. Quando arriva il conto sociale – disoccupazione, inflazione – la luna di miele finisce. L’America Latina ha già visto questo film, e non lo guarda fino alla fine con entusiasmo.
Il paradosso del dragone: la Cina non se ne va
Le previsioni che parlano di una drastica riduzione dell’influenza cinese sono desideri geopolitici, non analisi. La Cina non è in America Latina per ideologia, ma per materialità: infrastrutture, porti, litio, soia.
Anche i leader che in campagna elettorale urlano contro il “comunismo cinese”, una volta al potere, devono volare a Pechino. Perché la Cina è il principale partner commerciale e il primo creditore. La dipendenza materiale vince sempre sulla retorica elettorale. La “nuova destra” può cambiare bandiera, ma non può cambiare il portafoglio dello Stato senza dichiarare bancarotta.
Ecuador e Perù: la piazza contro il palazzo
Prendiamo due casi emblematici che dimostrano come il pendolo non sia affatto fermo:
* Ecuador: Il governo Noboa punta tutto sulla militarizzazione e sulla sicurezza. Ma la sicurezza senza pane è solo occupazione militare del territorio. La base sociale non è “destrizzata”, è esausta. Se il fronte progressista (il correismo) saprà ricucire con il potente movimento indigeno (CONAIE), la destra non avrà futuro oltre l’emergenza.
* Perù: Qui lo Stato è una finzione amministrativa. La frattura tra la Lima delle élite e le province andine è una faglia sismica. Il caos non favorisce la destra istituzionale, ma chi saprà offrire un ordine comunitario e popolare. Una sinistra che parla la lingua della terra e della sovranità mineraria ha spazi immensi.
Il vero rischio: l’alternanza senza progetto
Il pericolo non è un continente fascista compatto. Il pericolo è un ciclo sterile: progressismo debole → destra brutale → fallimento → nuovo progressismo timido. Un movimento perpetuo che non tocca mai i rapporti di potere reali.
Se la sinistra non torna a essere “pericolosa” per le élite economiche, continuerà a essere un semplice intermezzo tra due disastri. L’America Latina non è addomesticabile: è troppo diseguale e indisciplinata per allinearsi a lungo. L’internazionale nera può avanzare, ma non può stabilizzarsi.
Il ciclo non è chiuso. È aperto. E la partita, storicamente, resta tutta da giocare.
