I militari che hanno tentato il colpo di stato in Benin
L’alba su Cotonou, solitamente accompagnata dal brusio dei mercati e dal traffico dei pendolari verso il porto, è stata spezzata dal rombo inequivocabile dei caccia militari. Quello che inizialmente sembrava un’esercitazione o un’operazione di sicurezza interna si è rivelato, nel giro di poche ore, l’epicentro di una nuova crisi politica nell’Africa occidentale. Un tentativo di colpo di Stato, orchestrato da una fazione dissidente delle forze armate beninesi, ha minacciato di rovesciare l’ordine del Paese, mettendo in allarme le cancellerie di tutto il continente. Tuttavia, a differenza di quanto accaduto in tempi recenti in altre nazioni del Sahel, questa volta la risposta regionale è stata immediata.
La Nigeria, il gigante economico e militare che condivide con il Benin non solo un lungo confine ma anche profondi legami storici ed etnici, ha scelto di non restare a guardare. In una mossa che segna un potenziale cambio di paradigma nella gestione delle crisi regionali, Abuja ha dispiegato la sua forza aerea e mobilitato truppe di terra per supportare il governo del Presidente Talon.
Patrice Talon, il Presidente del Benin che avrebbe dovuto essere deposto dai rivoltosi, ha dichiarato, ameno di 24 ore dal tentativo di golpe, che “la situazione è completamente sotto controllo”. I militari ribelli sono stati arrestati. Tutto questo è stato reso possibile dall’intervento nigeriano sia militare che di intelligence. Le implicazioni di questa azione vanno ben oltre la sopravvivenza dell’attuale esecutivo beninese; esse toccano il cuore della credibilità della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) . La Nigeria si pone come garante della stabilità regionale.

La notte che ha scosso Cotonou
Tutto è iniziato nelle prime ore del mattino del 7 dicembre, quando colpi di arma da fuoco sono stati uditi nei pressi del palazzo presidenziale e nelle zone limitrofe al quartiere governativo. Secondo le prime ricostruzioni, un gruppo di ufficiali, autoproclamatosi comitato di restaurazione nazionale, ha tentato di prendere il controllo della televisione di stato e delle infrastrutture critiche delle telecomunicazioni. Il modus operandi sembrava simile a quello già visto in Mali, Burkina Faso e Niger: un annuncio alla nazione, la sospensione della costituzione e l’arresto dei vertici politici. La resistenza della guardia presidenziale e la mancata adesione di ampi settori dell’esercito, “convinti” a rimanere nelle caserme dalla capillare azione dell’intelligence nigeriana, hanno fatto fallire il blitz.
La popolazione civile, colta di sorpresa, si è riversata sui social media per documentare il passaggio dei convogli militari e la chiusura delle principali arterie stradali.Paralizzata la vita economica della città. Le banche sono rimaste chiuse e le scuole hanno rimandato gli studenti a casa.
Le autorità nigeriane, allertate dai servizi di sicurezza che monitoravano da tempo il malcontento nelle caserme beninesi, hanno attivato i protocolli di emergenza. Non si è trattato di una semplice condanna diplomatica o di un appello al dialogo. Nel giro di poche ore, caccia dell’aeronautica nigeriana hanno sorvolato a bassa quota Cotonou, inviando un segnale inequivocabile ai rivoltosi: il controllo dello spazio aereo non era nelle loro mani. Contemporaneamente, unità di fanteria e forze speciali hanno varcato la frontiera per mettere in sicurezza obiettivi strategici.
La nuova dottrina di intervento di Abuja
La decisione riflette la consapevolezza che, per la Nigeria, la stabilità del Benin è una questione di sicurezza nazionale. I due Paesi sono legati in modo indissolubile. Il porto di Cotonou è uno snodo fondamentale per le importazioni nigeriane, spesso utilizzato per aggirare le inefficienze e la congestione dei porti di Lagos. Inoltre, le popolazioni di confine, in particolare l’etnia Yoruba, vivono a cavallo tra le due nazioni, rendendo i confini porosi e le dinamiche sociali interconnesse. Un Benin nel caos o governato da una giunta ostile rappresenterebbe una minaccia diretta al fianco occidentale della Nigeria, già impegnata a combattere l’insurrezione nel nord-est e il banditismo nel nord-ovest. Non potendosi permettere un altro fronte di instabilità, il governo nigeriano ha optato per l’azione preventiva.
Questa mossa invia anche un messaggio agli altri attori della regione e all’Occidente. La Nigeria sta riaffermando il suo status di potenza regionale, capace di gestire in autonomia il proprio “cortile di casa”. È una dimostrazione di forza che potrebbe ridefinire gli equilibri all’interno dell’Unione Africana. Tuttavia, l’intervento comporta rischi enormi. Se i combattimenti dovessero prolungarsi o se le truppe nigeriane venissero percepite come una forza di occupazione dalla popolazione locale, il sentimento potrebbe rapidamente volgere contro il “grande fratello” vicino, alimentando quel nazionalismo anti-straniero che spesso i golpisti sfruttano per legittimarsi.
Le conseguenze per la stabilità dell’Africa occidentale
L’evento sottolinea la persistente fragilità delle istituzioni democratiche in Africa occidentale. Il fatto che una fazione dell’esercito abbia ritenuto possibile e vantaggioso tentare un colpo di stato indica che le cause profonde del malcontento non sono state risolte. Corruzione, mancanza di opportunità economiche per i giovani, percezione di governi distanti dai bisogni reali della gente e strumentalizzazione delle forze armate rimangono problemi endemici che nessun intervento militare esterno può risolvere. Il tentativo di golpe, sul modello di quanto già accaduto in molti Paesi dell’Africa sub sahariana, ha una sua ragion d’essere e risponde all’incapacità dei governi “democratici”. La stabilizzazione del Benin richiederà, una volta cessato il rumore delle armi, riforme strutturali che affrontino queste criticità alla radice.
