Abstract
Il presente articolo si propone di decostruire le narrative egemoniche sull’emancipazione femminile attraverso l’applicazione congiunta del femminismo decoloniale e dell’analisi intersezionale. Si argomenta che il modello di liberazione imposto dal femminismo liberale occidentale costituisca una forma di violenza epistemica che elude la stratificazione materiale delle oppressioni. L’autodeterminazione non è pertanto definibile come assimilazione culturale, ma come sovranità materiale sulle risorse economiche, educative e politiche. L’analisi di contesti non-occidentali, in particolare quello islamico, viene utilizzata per dimostrare la pluralità delle manifestazioni di agenzia e l’urgenza di riconoscere la loro legittimità contestuale.
1. Il riposizionamento teorico: contro la monoliticità del soggetto
L’approccio accademico all’emancipazione richiede un superamento della concezione universalistica del soggetto donna. Il femminismo decoloniale opera una critica radicale all’egemonia teorica che ha storicamente concettualizzato il soggetto femminile non-occidentale come deficitario e passivo.
Come lucidamente espresso da Mohanty, parlare delle donne del Sud Globale come di un “blocco omogeneo di vittime apolitiche” costituisce un atto di “colonialismo epistemico” (Mohanty, 1988, p. 65)^{1}. Questo processo di omogeneizzazione, peraltro, oscura l’impossibilità per la donna subalterna di “parlare” all’interno dei canoni accademici eurocentrici (Spivak, 1988)^{2}. La precondizione per un’analisi emancipazionista autentica è, dunque, il riconoscimento della pluralità irriducibile dei soggetti femminili definiti dalle loro specifiche intersezioni di classe, razza, religione e nazione. L’emancipazione non è conformità, ma il raggiungimento della “sovranità sulle proprie condizioni di vita e sulle proprie risorse” (Mohanty, 2003, p. 22)^{3}.
2. Dalla simbolica alla materialità: l’imperativo intersezionale
L’autonomia femminile non può essere ridotta a una questione di estetica o di adesione a simboli di modernità (come l’abbandono di indumenti tradizionali), ma deve essere ancorata alla materialità strutturale delle condizioni di esistenza. L’analisi deve adottare un quadro intersezionale, riconoscendo che le diverse forme di oppressione si interconnettono, formando una “matrice del dominio” (Collins, 2000, p. 20)^{4}.
In un’ottica materialista, Federici ha posto in evidenza il ruolo centrale del lavoro riproduttivo non salariato e della svalutazione del corpo femminile come meccanismi fondamentali nell’accumulazione capitalistica (Federici, 2004)^{5}. La sua tesi rafforza l’idea che l’emancipazione sia primariamente economica; essa si realizza solo attraverso l’effettivo accesso al salario, all’istruzione e all’autonomia decisionale, in netta antitesi con l’esaltazione romantica del lavoro domestico o la mercificazione del corpo.
3. Agenzia contestuale e rifiuto del modello liberale
L’analisi dell’agenzia femminile in contesti non-liberali costituisce un banco di prova per il femminismo decoloniale. L’assunto liberale che l’agenzia si manifesti esclusivamente attraverso la resistenza aperta alle norme viene decostruito da studi rigorosi.
Saba Mahmood, analizzando le donne impegnate nel movimento di rivivificazione religiosa in Egitto, ha mostrato come l’agenzia possa esprimersi attraverso la scelta intenzionale e disciplinata di pratiche etiche, che non sono necessariamente conformi al modello occidentale di libertà. In questo senso, Mahmood argomenta che “il desiderio di autonomia e il desiderio di pietà non sono in contraddizione” (Mahmood, 2005, p. 15)^{6}. Questa prospettiva impone di abbandonare i giudizi moralistici sul velo o sui codici sessuali e di concentrarsi sulla capacità di scelta etica.
Contemporaneamente, l’esegesi storica critica (Ahmed, 1992)^{7} e (Mernissi, 1991) evidenzia che le restrizioni sociali e legali sulle donne in molte società islamiche sono il risultato di interpretazioni patriarcali storicamente contingenti e non di un’imposizione teologica immutabile. L’emancipazione, in tali contesti, passa anche attraverso la decolonizzazione dell’interpretazione stessa della tradizione.
4. Verso un universalismo radicato
L’emancipazione, vista attraverso la lente congiunta del decolonialismo e del materialismo intersezionale, non ammette definizioni normative calate dall’alto. Il suo fondamento è l’universalismo dei diritti umani che garantiscono l’autodeterminazione, sebbene le sue manifestazioni siano necessariamente plurali e contestuali.
Il compito del pensiero critico è duplice:
(a) sostenere la lotta per l’accesso materiale ai diritti (reddito, istruzione, partecipazione politica) come fondamento della libertà;
e (b) resistere all’impulso di incasellare le donne in narrazioni semplicistiche (vittima o simbolo), aderendo al principio che “la solidarietà… deve essere basata sul rispetto per le differenze, non sulla presunzione di somiglianza” (Mohanty, 2003, p. 7).
Solo così l’analisi dell’emancipazione può dirsi veramente rigorosa, etica e politicamente efficace.

Note a Piè di Pagina
^{1} Mohanty, C. T. (1988). Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses. Feminist Review, (30), 61-88.
^{2} Spivak, G. C. (1988). Can the Subaltern Speak? In C. Nelson & L. Grossberg (Eds.), Marxism and the Interpretation of Culture (pp. 271-313). University of Illinois Press.
^{3} Mohanty, C. T. (2003). Feminism Without Borders: Decolonizing Theory, Practicing Solidarity. Duke University Press.
^{4} Collins, P. H. (2000). Black Feminist Thought: Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment (2nd ed.). Routledge.
^{5} Federici, S. (2004). Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation. Autonomedia.
^{6} Mahmood, S. (2005). Politics of Piety: The Islamic Revival and the Subject of Feminism. Princeton University Press.
^{7} Ahmed, L. (1992). Women and Gender in Islam: Historical Roots of a Modern Debate. Yale University Press.
Bibliografia
* Ahmed, L. (1992). Women and Gender in Islam: Historical Roots of a Modern Debate. Yale University Press.
* Collins, P. H. (2000). Black Feminist Thought: Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment (2nd ed.). Routledge.
* Federici, S. (2004). Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation. Autonomedia.
* Mahmood, S. (2005). Politics of Piety: The Islamic Revival and the Subject of Feminism. Princeton University Press.
* Mernissi, F. (1991). The Veil and the Male Elite: A Feminist Interpretation of Women’s Rights in Islam. Basic Books.
* Mohanty, C. T. (1988). Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses. Feminist Review, (30), 61-88.
* Mohanty, C. T. (2003). Feminism Without Borders: Decolonizing Theory, Practicing Solidarity. Duke University Press.
* Spivak, G. C. (1988). Can the Subaltern Speak? In C. Nelson & L. Grossberg (Eds.), Marxism and the Interpretation of Culture (pp. 271-313). University of Illinois Press.
