Un’analisi del canale israeliano i24NEWS esamina il rafforzamento dell’asse tra Il Cairo e Khartoum, il richiamo all’accordo di difesa congiunta del 1976 e le conseguenze strategiche della disputa sulle acque del Nilo. Sullo sfondo, la guerra sudanese, le accuse di interferenze regionali e la competizione per gli equilibri nel Corno d’Africa
Di Chiara Cavalieri
IL CAIRO – La controversia sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope (GERD) assume una dimensione geopolitica sempre più complessa, intrecciandosi con la guerra civile sudanese, le rivalità regionali e la sicurezza del Mar Rosso.
Un reportage del canale israeliano i24NEWS, ripreso il 7 novembre 2026 da Russia Today Arabic, esamina il rischio che le tensioni tra Egitto, Sudan ed Etiopia possano trasformarsi in una crisi militare regionale.
Al centro dell’analisi emerge il rafforzamento del coordinamento strategico tra Il Cairo e Khartoum, accompagnato dal rinnovato riferimento all’accordo di difesa congiunta sottoscritto nel 1976.
Per gli osservatori israeliani citati dal servizio, tuttavia, il richiamo all’intesa militare non costituisce necessariamente il preludio a una guerra. Rappresenta soprattutto un messaggio politico e strategico rivolto ad Addis Abeba: 𝗹’𝗘𝗴𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝘂𝗱𝗮𝗻 𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗰𝗾𝘂𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗡𝗶𝗹𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.
𝗟’𝗔𝗖𝗖𝗢𝗥𝗗𝗢 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗙𝗘𝗦𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝟭𝟵𝟳𝟲: 𝗨𝗡 𝗠𝗘𝗦𝗦𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝗔𝗗 𝗔𝗗𝗗𝗜𝗦 𝗔𝗕𝗘𝗕𝗔
Il riferimento all’accordo di difesa congiunta tra Egitto e Sudan assume particolare rilevanza nell’attuale contesto regionale.
Il Cairo ha ribadito ripetutamente che l’unità territoriale del Sudan, la stabilità delle sue istituzioni e la protezione della sua sovranità costituiscono interessi strategici egiziani.
La posizione risponde a una precisa valutazione geografica e militare: il Sudan rappresenta la profondità strategica meridionale dell’Egitto, con il quale condivide un lungo confine terrestre, interessi fondamentali nel bacino del Nilo e una crescente interdipendenza nella sicurezza regionale.
Il richiamo all’accordo del 1976 amplia il significato politico del coordinamento bilaterale, senza comportare automaticamente l’attivazione di operazioni militari.
Secondo la lettura riportata da i24NEWS, l’obiettivo egiziano consiste nell’aumentare la pressione diplomatica e strategica sull’Etiopia, mantenendo aperte diverse opzioni qualora la situazione dovesse compromettere direttamente la sicurezza nazionale.
𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗗𝗜𝗚𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗜𝗡𝗔𝗦𝗖𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢: 𝗜𝗟 𝗡𝗢𝗗𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗜𝗗𝗥𝗜𝗖𝗔
La GERD, costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro, costituisce da anni uno dei principali elementi di tensione diplomatica nell’Africa nordorientale.

Per l’Egitto, il Nilo rappresenta una risorsa vitale, indispensabile per l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura, la produzione alimentare e la stabilità economica di una popolazione superiore ai cento milioni di abitanti.
Addis Abeba rivendica invece il proprio diritto allo sviluppo economico e alla produzione di energia idroelettrica attraverso lo sfruttamento delle risorse del Nilo Azzurro.
Il problema fondamentale non riguarda esclusivamente l’esistenza della diga, ma 𝗹’𝗮𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗼 𝗴𝗶𝘂𝗿𝗶𝗱𝗶𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘃𝗶𝗻𝗰𝗼𝗹𝗮𝗻𝘁𝗲 sulle modalità di gestione, sul coordinamento operativo e sullo scambio dei dati idrologici, soprattutto durante i periodi di siccità prolungata.
Per il Cairo, una gestione non coordinata dell’infrastruttura può introdurre elementi di vulnerabilità strategica. Per Khartoum, il funzionamento della diga incide anche sulla regolazione dei flussi, sulla sicurezza delle infrastrutture idriche e sulla gestione delle piene.
Il conflitto non può quindi essere interpretato soltanto come una controversia sullo sviluppo energetico: coinvolge direttamente la sovranità, la sicurezza alimentare e la capacità degli Stati di proteggere le proprie risorse essenziali.
𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔 𝗜𝗡 𝗦𝗨𝗗𝗔𝗡 𝗘 𝗟𝗘 𝗔𝗖𝗖𝗨𝗦𝗘 𝗔𝗟𝗟’𝗘𝗧𝗜𝗢𝗣𝗜𝗔
La guerra sudanese, iniziata nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido (RSF), ha modificato profondamente gli equilibri di sicurezza nel Corno d’Africa.
Secondo le accuse formulate dalle autorità sudanesi e riportate dal servizio, il territorio etiope sarebbe stato utilizzato per facilitare operazioni ostili contro postazioni militari sudanesi e infrastrutture civili, comprese installazioni energetiche.
Khartoum ha denunciato presunte attività transfrontaliere presso organismi internazionali e regionali, tra cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e l’Unione Africana.
Le accuse contro Addis Abeba restano tuttavia contestate e non risultano dimostrate in modo indipendente nel materiale esaminato.
Un ulteriore elemento di tensione è rappresentato dalla crisi diplomatica culminata nella richiesta etiope di allontanamento di sei diplomatici sudanesi entro 48 ore, secondo quanto riferito dal reportage.
L’episodio evidenzia il deterioramento dei rapporti tra i due Paesi e il rischio che la guerra sudanese produca nuove fratture diplomatiche e militari oltre i propri confini.
𝗚𝗟𝗜 𝗘𝗠𝗜𝗥𝗔𝗧𝗜 𝗔𝗥𝗔𝗕𝗜 𝗨𝗡𝗜𝗧𝗜 𝗘 𝗟𝗘 𝗥𝗘𝗧𝗜 𝗥𝗘𝗚𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗜 𝗗𝗜 𝗦𝗢𝗦𝗧𝗘𝗚𝗡𝗢
L’analisi israeliana richiama anche il ruolo degli attori regionali accusati di sostenere indirettamente le parti coinvolte nella guerra sudanese.
Esponenti sudanesi hanno accusato gli Emirati Arabi Uniti di fornire assistenza alle Forze di Supporto Rapido attraverso reti logistiche che coinvolgerebbero territori dell’Etiopia, del Ciad e della Libia orientale, dove esercitano influenza le forze del generale Khalifa Haftar; Abu Dhabi ha respinto le accuse di sostegno militare alle RSF.
Il loro significato geopolitico rimane comunque evidente: la guerra sudanese ha assunto una dimensione transnazionale, nella quale le linee di rifornimento, i confini e le alleanze regionali possono incidere sull’evoluzione del conflitto.
Per l’Egitto, la possibilità che attori esterni acquisiscano ulteriore influenza sul territorio sudanese rappresenta un fattore di preoccupazione strategica.
𝗜𝗟 𝗠𝗔𝗥 𝗥𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗘 𝗟𝗘 𝗔𝗠𝗕𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗠𝗔𝗥𝗜𝗧𝗧𝗜𝗠𝗘 𝗘𝗧𝗜𝗢𝗣𝗜
La crisi si inserisce inoltre nella crescente competizione per gli accessi marittimi e le rotte commerciali del Mar Rosso.
L’Etiopia, Paese privo di sbocco sul mare dall’indipendenza dell’Eritrea, considera l’accesso stabile alle infrastrutture portuali una priorità economica e strategica.
Le iniziative etiopi volte a ottenere un accesso marittimo più autonomo hanno suscitato preoccupazioni in diversi Paesi della regione, soprattutto per le possibili implicazioni sulla sovranità territoriale e sugli equilibri militari.
L’Egitto osserva queste dinamiche attraverso una prospettiva più ampia, che comprende la sicurezza del Canale di Suez, la navigazione nel Mar Rosso e la stabilità degli Stati rivieraschi.
Il collegamento tra il bacino del Nilo e il Mar Rosso rende quindi la controversia con Addis Abeba parte di un sistema di sicurezza regionale molto più esteso.
𝗜𝗟 𝗥𝗜𝗦𝗖𝗛𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔: 𝗟𝗘 𝗩𝗔𝗟𝗨𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗔𝗡𝗔𝗟𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗜𝗦𝗥𝗔𝗘𝗟𝗜𝗔𝗡𝗜
Nonostante l’inasprimento della retorica diplomatica, gli analisti israeliani citati da i24NEWS ritengono improbabile, nell’immediato, una guerra convenzionale diretta tra Egitto, Sudan ed Etiopia.
Le ragioni sono principalmente strategiche.
Un conflitto aperto comporterebbe costi economici e militari elevatissimi, rischi di destabilizzazione delle infrastrutture idriche e la possibilità di coinvolgere ulteriori attori regionali.
La stessa guerra in Sudan limita la capacità di Khartoum di sostenere un nuovo confronto militare su vasta scala.
Inoltre, un’eventuale operazione contro infrastrutture strategiche etiopi presenterebbe rischi difficilmente controllabili, sia sotto il profilo umanitario sia per le possibili conseguenze sui Paesi situati a valle del Nilo Azzurro.
Gli osservatori israeliani interpretano quindi il rafforzamento dell’asse Cairo-Khartoum soprattutto come una strategia di deterrenza, pressione diplomatica e consolidamento delle rispettive posizioni negoziali.
La valutazione non esclude tuttavia il rischio di incidenti di frontiera, operazioni indirette o escalation non intenzionali.
𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗥𝗔𝗧𝗘𝗚𝗜𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗔𝗜𝗥𝗢: 𝗗𝗘𝗧𝗘𝗥𝗥𝗘𝗡𝗭𝗔, 𝗦𝗢𝗩𝗥𝗔𝗡𝗜𝗧𝗔 𝗘 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘
La posizione egiziana risponde a una continuità strategica: impedire che l’instabilità sudanese, la gestione unilaterale delle risorse idriche e l’espansione delle rivalità regionali producano un deterioramento irreversibile della sicurezza lungo il confine meridionale.
Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha più volte posto la sicurezza idrica e la stabilità del Sudan tra le priorità nazionali.
La convergenza con Khartoum consente al Cairo di rafforzare il proprio peso diplomatico nei confronti di Addis Abeba e di ribadire che le questioni del Nilo non possono essere affrontate prescindendo dagli interessi dei Paesi a valle.
Resta tuttavia una distinzione essenziale: 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗰𝗶 𝗲𝗴𝗶𝘇𝗶𝗮𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗶𝗻𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗮𝗿𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲.
La deterrenza può essere esercitata attraverso strumenti diplomatici, accordi di sicurezza, coordinamento militare, pressione internazionale e iniziative multilaterali.
Il vero obiettivo consiste nel preservare la capacità negoziale egiziana evitando una guerra che comprometterebbe ulteriormente la stabilità regionale.
𝗜𝗟 𝗡𝗜𝗟𝗢 𝗔𝗟 𝗖𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗔 𝗚𝗘𝗢𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗙𝗥𝗜𝗖𝗔𝗡𝗔
Il reportage israeliano mette in evidenza un cambiamento fondamentale: la controversia sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope non può più essere analizzata isolatamente dalla guerra sudanese e dalla competizione strategica nel Corno d’Africa.
La sicurezza idrica, l’integrità territoriale del Sudan, le ambizioni regionali etiopi e gli interessi delle potenze esterne costituiscono ormai elementi interdipendenti.
L’Egitto si trova nella posizione di dover proteggere contemporaneamente la propria sicurezza idrica, il confine meridionale e gli equilibri del Mar Rosso.
Il Sudan, devastato dalla guerra, cerca nel coordinamento con Il Cairo una garanzia politica e strategica contro ulteriori pressioni esterne.
L’Etiopia, dal canto suo, continua a rivendicare il diritto allo sviluppo e una maggiore autonomia strategica.
𝗟𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲 𝘀𝗼𝗹𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗲 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗽𝗶𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮, 𝗺𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝘁𝗿𝗲 𝗣𝗮𝗲𝘀𝗶 𝗿𝗶𝘂𝘀𝗰𝗶𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗮 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶𝗿𝗲 𝘁𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗽𝗶𝘂 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗰𝗼𝗻𝗻𝗲𝘀𝘀𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗶𝗻 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲.
La stabilità del bacino del Nilo dipenderà dalla capacità di separare il confronto sulle risorse idriche dalle dinamiche della guerra sudanese e di costruire meccanismi di cooperazione verificabili.
In assenza di tali strumenti, anche una crisi limitata potrebbe produrre conseguenze sull’intera Africa nordorientale.
Fonte: reportage del canale israeliano i24NEWS.
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