Alla libreria Horafelix di Roma la presentazione del libro di Mario Michele Pascale. Nel dialogo con Alexandro Sabetti, un percorso storico da Juan Vicente Gómez a Chávez, Maduro e Delcy Rodríguez, per comprendere le origini e le contraddizioni del Venezuela contemporaneo.
Il Venezuela di oggi non si può comprendere limitandosi alle ultime vicende politiche, né riducendo la sua storia al confronto tra il chavismo e i suoi oppositori. Per capire le ragioni profonde della crisi occorre tornare indietro, ricostruire la formazione del sistema economico e politico del Paese, il ruolo determinante del petrolio, il rapporto tra le classi dirigenti e le risorse nazionali, ma anche le fratture sociali e le istanze popolari che hanno attraversato la sua storia.
È stato questo il filo conduttore della presentazione del volume «Venezuela. Gómez, Punto Fijo, Chávez, Maduro, Rodríguez. L’anno zero della rivoluzione bolivariana», scritto da Mario Michele Pascale e pubblicato da Mario Pascale Editore. L’incontro, svoltosi sabato 31 ottobre presso la libreria Horafelix di Roma, ha visto l’autore dialogare con Alexandro Sabetti, giornalista e direttore di Kulturjam, che ha guidato la conversazione attraverso una serie di domande dedicate ai passaggi fondamentali della storia venezuelana.
In apertura, Sabetti ha sottolineato l’importanza dello studio come premessa indispensabile per affrontare la geopolitica. Storia e geografia costituiscono le basi da cui partire; soltanto dopo è possibile elaborare interpretazioni e formulare letture del presente. Un richiamo anche alla necessità di non affidarsi automaticamente alle narrazioni dominanti e, al tempo stesso, di non scivolare in interpretazioni complottistiche quando si affrontano scenari complessi come quello venezuelano.
Proprio la lettura del libro, ha spiegato, gli ha consentito di ripercorrere alcuni passaggi storici e di approfondire figure e vicende che spesso vengono richiamate senza conoscerne fino in fondo il contesto. Da qui la prima domanda a Pascale: quale filo comune lega il petrolio, il potere e il popolo venezuelano, al di là delle diverse stagioni politiche?
La rendita petrolifera e il peso della storia
Nella ricostruzione proposta dall’autore, la storia del Venezuela è attraversata da due grandi questioni: la dipendenza dalla rendita e la difficoltà delle classi dirigenti di trasformare la ricchezza disponibile in uno sviluppo economico autonomo e strutturato.
Prima ancora del petrolio, il Paese aveva conosciuto una forma di economia orientata alla rendita agricola, basata soprattutto sull’esportazione di prodotti come cacao e caffè. La scoperta e lo sviluppo dell’industria petrolifera aggiunsero a questo modello una nuova e ben più consistente fonte di ricchezza, senza determinare, secondo Pascale, una reale trasformazione del sistema produttivo nazionale.
Le attività estrattive furono inizialmente dominate dalle compagnie straniere, prima britanniche e poi statunitensi, mentre una parte delle élite locali beneficiava dei proventi derivanti dalle concessioni e dalla commercializzazione del petrolio. Il problema, nella lettura dell’autore, fu l’incapacità di utilizzare quella ricchezza per costruire un tessuto industriale autonomo, diversificare la produzione e rafforzare le strutture economiche del Paese.
Pascale ha richiamato anche il fenomeno della diaspora delle classi dirigenti: una parte delle famiglie più influenti mandava i propri figli a formarsi all’estero, senza che questi tornassero necessariamente in Venezuela. Un processo che, nella sua interpretazione, avrebbe contribuito a impoverire ulteriormente il patrimonio di competenze e di capacità progettuale interno al Paese.
Un passaggio importante di questa storia è rappresentato da Juan Vicente Gómez, al potere dal 1908 al 1935. Durante il suo governo il Venezuela attraversò una profonda trasformazione, passando progressivamente da un’economia prevalentemente agricola a una delle principali realtà petrolifere internazionali. Gómez costituisce quindi una figura essenziale per comprendere il rapporto tra formazione dello Stato, sviluppo dell’industria petrolifera e potere politico.
Punto Fijo: stabilità e contraddizioni
Un altro snodo fondamentale è il Patto di Punto Fijo, firmato il 31 ottobre 1958 da Acción Democrática, COPEI e Unión Republicana Democrática, dopo la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez.
Sabetti ha chiesto a Pascale di spiegare il significato di quell’accordo e il ruolo che avrebbe avuto nella successiva evoluzione politica del Paese. L’autore lo ha definito uno dei momenti più alti della storia democratica venezuelana precedente all’avvento di Chávez: un compromesso tra le principali forze politiche per garantire stabilità istituzionale, scongiurare il ritorno dei pronunciamenti militari e assicurare regole condivise alla competizione democratica.
Ma quella stabilità aveva anche un costo. Nella lettura di Pascale, il sistema lasciava ai margini una parte significativa delle forze sindacali, dei partiti della sinistra, dei movimenti dei lavoratori e dei settori più poveri della popolazione. Il Patto rappresentò dunque un elemento di consolidamento istituzionale, ma anche una forma di esclusione politica e sociale destinata a produrre conseguenze negli anni successivi.
Nel percorso di progressiva nazionalizzazione del settore petrolifero si colloca poi la nascita di PDVSA, la compagnia petrolifera statale costituita nel 1975, che assunse la gestione delle attività a partire dal 1° gennaio 1976. Pascale ne ha richiamato il ruolo nella ridefinizione dei rapporti tra lo Stato venezuelano e gli operatori stranieri, soffermandosi anche sulla formazione di un apparato tecnico e burocratico dotato di una propria autonomia all’interno del sistema petrolifero.
Le origini del chavismo e la centralità di Chávez

Il dialogo si è quindi spostato sulle condizioni che hanno favorito l’ascesa di Hugo Chávez. Per Pascale, il chavismo non nasce improvvisamente, ma si inserisce in una storia segnata da disuguaglianze, tensioni sociali e contraddizioni istituzionali.
Tra gli eventi decisivi viene richiamato il Caracazo del 1989, la grande rivolta popolare esplosa dopo l’aumento dei prezzi e il peggioramento delle condizioni di vita, seguita da una dura repressione. In quel contesto, una parte degli ufficiali subalterni delle Forze armate maturò la convinzione che il sistema politico e amministrativo venezuelano avesse bisogno di una trasformazione profonda.
Chávez seppe dare forma politica a questo malessere, recuperando il riferimento simbolico a Simón Bolívar, il Libertador, e costruendo un’identità capace di parlare a settori della società rimasti a lungo ai margini. Pascale ha sottolineato soprattutto la sua capacità comunicativa, la presenza costante tra la popolazione e la capacità di portare il confronto ideologico anche fuori dai confini venezuelani.
Tra gli episodi ricordati durante la presentazione, il discorso pronunciato da Chávez all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2006, quando definì «diavolo» il presidente statunitense George W. Bush, dopo il suo intervento nello stesso consesso. Un gesto fortemente simbolico, che contribuì a consolidare la sua immagine internazionale e a renderlo un protagonista riconoscibile del confronto politico con gli Stati Uniti.
Accanto alla dimensione comunicativa e simbolica, Pascale ha riconosciuto al governo Chávez il tentativo di redistribuire la rendita petrolifera, ampliando le politiche sociali e gli interventi in ambito sanitario e assistenziale. Una parte della ricchezza nazionale venne destinata a programmi rivolti alle fasce più fragili della popolazione, modificando anche il rapporto tra Stato e settori popolari.
Rimane tuttavia una contraddizione di fondo: pur avendo modificato la distribuzione della rendita, il chavismo non sarebbe riuscito a superare la dipendenza strutturale dal petrolio e a realizzare una trasformazione sufficientemente profonda del sistema produttivo. La ricchezza petrolifera continuò a sostenere la spesa pubblica e una politica estera di forte proiezione regionale, ma senza eliminare la vulnerabilità legata alle oscillazioni del mercato energetico.
Maduro, le sanzioni e la difficile fase di Delcy Rodríguez

È proprio questa fragilità strutturale uno degli elementi che, nella ricostruzione di Pascale, contribuiscono a spiegare le difficoltà ereditate da Nicolás Maduro. Alla dipendenza dal petrolio si sono aggiunti il peso delle sanzioni internazionali, la riduzione delle entrate e un isolamento politico crescente, in un contesto nel quale Maduro non disponeva dello stesso carisma e della stessa capacità di mobilitazione del suo predecessore.
Nel confronto è stato affrontato anche il tema delle responsabilità degli Stati Uniti. Pascale ha ricordato che i primi provvedimenti sanzionatori mirati nei confronti del Venezuela risalgono all’amministrazione Obama, mentre le successive amministrazioni hanno ampliato le restrizioni, introducendo misure finanziarie e settoriali che hanno inciso anche sul comparto petrolifero.
Il passaggio alla fase attuale, dopo la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti nel gennaio 2026 e l’assunzione della presidenza ad interim da parte di Delcy Rodríguez, è stato affrontato attraverso una domanda sullo spazio di manovra della nuova leadership venezuelana.
La posizione espressa da Pascale invita a leggere le scelte di Rodríguez alla luce dei rapporti di forza e delle condizioni materiali in cui il Paese si trova. Più che giudicare ogni apertura o negoziato come un tradimento del progetto bolivariano, occorrerebbe comprendere i margini effettivi di azione di chi è chiamato a governare una situazione estremamente difficile, cercando di preservare l’autonomia strategica del Venezuela e, contemporaneamente, di evitare un ulteriore aggravamento delle condizioni economiche e sociali.
Il relatore ha richiamato, a questo proposito, anche il precedente di Michail Gorbaciov, utilizzandolo come esempio delle difficoltà che un gruppo dirigente può incontrare quando deve confrontarsi con una realtà ormai profondamente mutata e con la necessità di prendere decisioni che non coincidono necessariamente con le proprie aspirazioni ideologiche.
Il confronto prosegue: Geraldina Colotti e le radici popolari della rivoluzione bolivariana

Terminato il dialogo tra l’autore e il moderatore, la presentazione è proseguita con gli interventi del pubblico e, in particolare, con un ampio contributo di Geraldina Colotti, ex-giornalista de il manifesto, scrittrice e profonda conoscitrice dell’America Latina, che cura l’edizione italiana di Le Monde diplomatique ed è corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e della rivista venezuelana Cuatro F. La sua esperienza e le lunghe permanenze in Venezuela le hanno permesso di arricchire il confronto con una lettura legata anche alla conoscenza diretta del Paese e delle sue trasformazioni.
Colotti ha proposto di allargare la prospettiva storica, sottolineando come l’avvento di Chávez non possa essere compreso considerando soltanto le dinamiche delle classi dirigenti, gli equilibri istituzionali e la gestione delle risorse petrolifere. Alle origini del processo bolivariano vi è infatti una lunga storia di mobilitazioni popolari, conflitti sociali, organizzazioni politiche e movimenti di resistenza che hanno attraversato il Venezuela per gran parte del Novecento.
Nel suo intervento ha richiamato le rivolte studentesche e popolari contro la dittatura di Juan Vicente Gómez, le mobilitazioni che portarono alla caduta di Marcos Pérez Jiménez nel 1958 e le successive esperienze della sinistra venezuelana, comprese quelle della lotta armata. Un percorso articolato, fatto di divisioni, sconfitte e nuove forme di organizzazione, che contribuì a costruire il terreno politico e sociale sul quale si sarebbe successivamente affermato Chávez. In questa ricostruzione, anche il rapporto tra il futuro leader bolivariano e i settori della sinistra più radicale ebbe un ruolo tutt’altro che scontato: la scelta della via elettorale e della partecipazione istituzionale fu il risultato di un confronto politico interno, non un passaggio automatico.
Un altro tema centrale è stato quello del potere popolare. Colotti ha ricordato come la trasformazione avviata con la rivoluzione bolivariana abbia cercato di coinvolgere direttamente le comunità, attraverso le cooperative, le fabbriche recuperate e autogestite e le comunas, forme di organizzazione e autogoverno dei territori. Ha sottolineato anche l’importanza delle politiche sociali e delle misiones, che hanno contribuito a portare servizi, istruzione e assistenza in contesti precedentemente segnati da forti disuguaglianze.
Particolare rilievo è stato dato al riconoscimento delle popolazioni indigene e dei gruppi storicamente esclusi dalla vita pubblica. Nella sua lettura, la rivoluzione bolivariana ha rappresentato anche un processo di restituzione di identità e di partecipazione politica a persone e comunità che per lungo tempo erano rimaste ai margini della società venezuelana. Non soltanto, dunque, una diversa distribuzione della ricchezza, ma il tentativo di riconoscere nuovi soggetti sociali e di renderli protagonisti delle decisioni collettive.
Colotti ha richiamato inoltre la diffusione dei mezzi di comunicazione comunitari, dalle radio alle televisioni locali e ai giornali territoriali, considerandoli strumenti di partecipazione e di espressione delle realtà popolari. Un processo che ha investito anche le forme di proprietà e di gestione delle attività produttive, attraverso il sostegno alle cooperative e alle esperienze di autogestione.
Non sono mancate, tuttavia, le considerazioni sui limiti e sulle contraddizioni del modello. La proprietà privata è rimasta tutelata e i tradizionali gruppi economici hanno continuato a conservare spazi di organizzazione e influenza. Proprio questa coesistenza tra un progetto di trasformazione sociale e la permanenza di centri di potere economico e politico ha rappresentato, secondo la relatrice, una delle questioni irrisolte del processo bolivariano.
Nel confronto sono emerse anche riflessioni più ampie sull’autonomia politica e culturale dell’America Latina, sulla capacità dei Paesi della regione di costruire percorsi indipendenti e sul ruolo delle ingerenze esterne. Un dibattito che ha riportato al centro una domanda di fondo: quanto può essere profonda una trasformazione politica quando le strutture economiche e i rapporti di potere preesistenti continuano, almeno in parte, a condizionarne lo sviluppo?
CONCLUSIONI

La presentazione ha offerto l’occasione per andare oltre la cronaca degli avvenimenti e interrogarsi sulle radici storiche, economiche e sociali di una crisi che continua a interrogare il presente. Dal peso della rendita petrolifera alle contraddizioni delle classi dirigenti, dalle aspirazioni di trasformazione sociale alle difficoltà di costruire un modello economico autonomo, il Venezuela racconta una vicenda complessa, che non può essere ridotta a contrapposizioni ideologiche o a giudizi semplificati.
È proprio questa complessità il valore del percorso proposto dal libro e del confronto che ne è seguito: ricordare che, per comprendere un Paese, non basta osservare ciò che accade oggi. Occorre conoscerne la storia, ascoltare le diverse interpretazioni e riconoscere il peso delle esperienze collettive che ne hanno determinato il cammino.
Mario Michele Pascale
VENEZUELA GÓMEZ, PUNTO FIJO, CHÁVEZ, MADURO, RODRIGUEZ. L’ANNO ZERO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA
MARIO PASCALE EDITORE
Uscita: settembre 2026
Dimensioni: 15×21 cm., Legatura: brossura, Pag. 230, euro 22, ISBN: 9791282370240
SINOSSI:
Il Venezuela non nasce con Chávez. La rivoluzione bolivariana non emerge dal nulla. È il risultato di un lungo processo storico che attraversa dittature, democrazie, boom petroliferi, crisi economiche, corruzione, rivolte popolari e trasformazioni sociali profonde. In questo volume, Mario Michele Pascale ricostruisce oltre un secolo di storia venezuelana, dalla costruzione dello Stato moderno sotto Gómez alla nascita del sistema politico di Punto Fijo,dal miracolo economico alimentato dal petrolio al crollo della rendita, fino all’ascesa di Chávez e alla continuità del progetto bolivariano sotto Maduro e Delcy Rodríguez. Lontano tanto dalla propaganda quanto dalla demonizzazione, il libro offre al lettore una chiave di lettura storica indispensabile per comprendere uno dei paesi più importanti e controversi dell’America Latina. Attraverso l’analisi delle strutture economiche, delle dinamiche politiche e dei conflitti sociali che hanno plasmato il Venezuela contemporaneo, emerge il ritratto di una nazione in cui il petrolio ha rappresentato al tempo stesso una straordinaria opportunità e una persistente maledizione.
L’AUTORE:
Mario Michele Pascale è editore e uomo di radio e televisione. Ha un passato nei ruoli di staff della politica dove si è occupato di affari esteri. Direttore della rivista cartacea ed on line di politica, geopolitica e diplomazia culturale Brics and friends. Ha pubblicato, tra gli altri titoli, Bernie Sanders. Il socialista e la sua eredità politica (2025).







