Documenti diplomatici americani del 1953 e le ricerche del premio Pulitzer Ian Johnson ricostruiscono i contatti tra l’amministrazione Eisenhower e Said Ramadan, figura di primo piano della Fratellanza Musulmana. Una pagina della Guerra fredda che aiuta a comprendere le contraddizioni della politica statunitense in Medio Oriente.
Di Chiara Cavalieri
WASHINGTON D.C. I rapporti tra gli Stati Uniti e la Fratellanza Musulmana non nascono con le rivolte arabe del 2011, né con l’ascesa al potere di Mohamed Morsi in Egitto. Le loro origini documentate risalgono almeno agli anni Cinquanta, quando Washington, impegnata nella contrapposizione globale con l’Unione Sovietica, iniziò a considerare alcuni movimenti religiosi islamici come possibili interlocutori nella propria strategia anticomunista.
A ricostruire questa vicenda è stato, tra gli altri, il giornalista americano 𝗜𝗮𝗻 𝗝𝗼𝗵𝗻𝘀𝗼𝗻, vincitore del Premio Pulitzer, autore del volume A Mosque in Munich: Nazis, the CIA, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, pubblicato nel 2010.
La sua ricerca, fondata su documentazione archivistica, testimonianze e materiali provenienti dagli apparati occidentali, porta alla luce una storia complessa, nella quale diplomazia, intelligence, religione e interessi geopolitici si intrecciano.
𝗜𝗟 𝟮𝟯 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟭𝟵𝟱𝟯: 𝗘𝗜𝗦𝗘𝗡𝗛𝗢𝗪𝗘𝗥 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔 𝗦𝗔𝗜𝗗 𝗥𝗔𝗠𝗔𝗗𝗔𝗡
Il 23 settembre 1953, il presidente degli Stati Uniti 𝗗𝘄𝗶𝗴𝗵𝘁 𝗗. 𝗘𝗶𝘀𝗲𝗻𝗵𝗼𝘄𝗲𝗿 ricevette alla Casa Bianca una delegazione di personalità musulmane.

Fonte: archivio fotografico riprodotto da Ian Johnson.
Tra i partecipanti figurava 𝗦𝗮𝗶𝗱 𝗥𝗮𝗺𝗮𝗱𝗮𝗻, genero di Hassan al-Banna, fondatore nel 1928 della Fratellanza Musulmana in Egitto.
La sua presenza non costituisce una semplice ricostruzione giornalistica. Ian Johnson ha individuato il nome di Ramadan nel registro ufficiale degli appuntamenti presidenziali, dove veniva identificato come delegato dei Fratelli Musulmani.
L’incontro assume un significato politico particolare se collocato nel contesto internazionale dell’epoca: gli Stati Uniti stavano cercando strumenti di influenza nel mondo islamico, mentre il nazionalismo arabo e la competizione con Mosca modificavano gli equilibri regionali.
La religione veniva considerata da alcuni settori dell’amministrazione americana un possibile elemento di resistenza all’ideologia comunista, ufficialmente atea.
𝗜𝗟 𝗗𝗢𝗖𝗨𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗔𝗠𝗘𝗥𝗜𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝟮𝟳 𝗟𝗨𝗚𝗟𝗜𝗢 𝟭𝟵𝟱𝟯
Una conferma documentale particolarmente importante proviene dal 𝗡𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹 𝗦𝗲𝗰𝘂𝗿𝗶𝘁𝘆 𝗔𝗿𝗰𝗵𝗶𝘃𝗲 della George Washington University.
Nella raccolta dedicata alle attività di propaganda statunitensi in Medio Oriente durante la prima Guerra fredda compare il documento numero 103, datato 27 luglio 1953.
Si tratta di un dispaccio dell’ambasciata americana in Egitto, firmato dall’ambasciatore Jefferson Caffery e indirizzato al Dipartimento di Stato, intitolato Colloquium on Islamic Culture and Saeed Ramadhan.
Nel documento, l’ambasciata raccomandava di invitare Said Ramadan a un convegno sulla cultura islamica organizzato con il coinvolgimento del governo americano.
Il fatto che Ramadan appartenesse alla Fratellanza Musulmana non era sconosciuto ai diplomatici statunitensi. Al contrario, la sua posizione all’interno del movimento costituiva uno degli elementi presi in considerazione.
Questo passaggio è essenziale: 𝗪𝗮𝘀𝗵𝗶𝗻𝗴𝘁𝗼𝗻 𝗲𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗹𝗼𝗰𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲.
Non si trattava dunque di contatti occasionali con una personalità religiosa priva di appartenenza politica, ma di una relazione diplomatica avviata con un esponente riconosciuto di un’organizzazione già influente nella società egiziana.
𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔 𝗙𝗥𝗘𝗗𝗗𝗔 𝗘 𝗟’𝗨𝗧𝗜𝗟𝗜𝗭𝗭𝗢 𝗚𝗘𝗢𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗟𝗜𝗚𝗜𝗢𝗡𝗘
Per comprendere questa apertura occorre considerare la strategia americana dell’epoca.
Gli Stati Uniti guardavano con crescente attenzione al Medio Oriente, regione fondamentale per le risorse energetiche, le rotte commerciali e la competizione internazionale con l’Unione Sovietica.
All’interno di questa cornice, alcuni settori dell’amministrazione Eisenhower ritenevano che l’identità religiosa potesse rappresentare uno strumento di mobilitazione contro il comunismo.
Il ragionamento era essenzialmente geopolitico: individuare soggetti capaci di contrastare l’influenza sovietica, anche quando questi appartenevano a movimenti ideologicamente lontani dal modello politico occidentale.
Il problema era che tali organizzazioni perseguivano obiettivi autonomi, non necessariamente coincidenti con quelli di Washington.
La convergenza su un avversario comune non implicava infatti un’identità di interessi.
𝗟𝗔 𝗖𝗜𝗔, 𝗦𝗔𝗜𝗗 𝗥𝗔𝗠𝗔𝗗𝗔𝗡 𝗘 𝗟𝗔 𝗠𝗢𝗦𝗖𝗛𝗘𝗔 𝗗𝗜 𝗠𝗢𝗡𝗔𝗖𝗢
È proprio su questo aspetto che si concentra una parte rilevante dell’inchiesta di Ian Johnson.
Nel suo libro, il giornalista ricostruisce le attività condotte nella Germania occidentale del dopoguerra attorno alle comunità musulmane provenienti dall’Unione Sovietica e dall’Europa orientale.

Queste comunità attiravano l’attenzione dei servizi occidentali per le loro conoscenze linguistiche, culturali e territoriali, considerate potenzialmente utili nelle operazioni anticomuniste.
Monaco di Baviera divenne uno dei centri di questa competizione.
Secondo Johnson, gli apparati americani finirono per favorire l’affermazione di Said Ramadan nell’ambiente islamico locale, contribuendo indirettamente alla trasformazione del progetto della moschea di Monaco in un importante punto di riferimento della Fratellanza Musulmana in Europa.
La ricostruzione è stata tuttavia oggetto di dibattito storiografico. Alcuni studiosi contestano che la documentazione disponibile dimostri un sostegno organico e continuativo della CIA a Ramadan.
𝗟’𝗘𝗚𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗔𝗦𝗦𝗘𝗥 𝗘 𝗟𝗔 𝗤𝗨𝗘𝗦𝗧𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗧𝗘𝗟𝗟𝗔𝗡𝗭𝗔
Nel frattempo, in Egitto, il rapporto tra il nuovo potere rivoluzionario e i Fratelli Musulmani si stava deteriorando.
Dopo la rivoluzione degli Ufficiali Liberi del 1952, Gamal Abdel Nasser si affermò progressivamente come figura centrale del nuovo sistema politico.

La Fratellanza Musulmana, inizialmente parte del complesso scenario successivo alla caduta della monarchia, entrò in conflitto con il nuovo potere.
La rottura divenne particolarmente grave nel 1954, dopo il tentativo di assassinio di Nasser ad Alessandria, attribuito dalle autorità egiziane a membri dell’organizzazione.
Seguirono arresti, repressione e la progressiva dispersione di numerosi esponenti della Fratellanza verso altri Paesi.
In questo contesto, i rapporti internazionali del movimento assunsero una rilevanza crescente.
L’Egitto nasseriano perseguiva una politica di autonomia nazionale e di leadership araba, mentre gli Stati Uniti cercavano di impedire che la regione entrasse stabilmente nell’orbita sovietica.
𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔 𝗙𝗥𝗘𝗗𝗗𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔𝗩𝗘𝗥𝗘 𝗔𝗥𝗔𝗕𝗘
La vicenda del 1953 offre una prospettiva storica utile anche per interpretare gli sviluppi del XXI secolo.
Quando nel 2011 la caduta di Hosni Mubarak aprì una nuova fase politica in Egitto, la Fratellanza Musulmana emerse come una delle organizzazioni maggiormente strutturate del Paese.
Nel 2012 Mohamed Morsi, espressione politica del movimento, venne eletto presidente della Repubblica.
Il suo mandato terminò nel luglio 2013, dopo che 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗻𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗶𝗳𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶, iniziate il 30 giugno, avevano attraversato l’intero Egitto. Milioni di cittadini scesero nelle piazze del Cairo, di Alessandria e di numerose altre città per chiedere la fine della presidenza Morsi, in un clima di crescente crisi politica, economica e istituzionale.
Una parte consistente dei manifestanti invocò apertamente l’intervento del generale 𝗔𝗯𝗱𝗲𝗹 𝗙𝗮𝘁𝘁𝗮𝗵 𝗮𝗹-𝗦𝗶𝘀𝗶, allora ministro della Difesa e comandante delle Forze Armate, chiedendogli di intervenire per destituire il presidente Mohamed Morsi.

Il 3 luglio 2013, dopo un ultimatum rivolto alle forze politiche, al-Sisi annunciò la destituzione di Morsi e l’avvio di una fase di transizione istituzionale.
L’intervento fu accolto favorevolmente da una vasta parte dei manifestanti, mentre i sostenitori di Morsi e numerosi osservatori internazionali lo considerarono un colpo di stato militare.
La destituzione del presidente Mohamed Morsi, il 3 luglio 2013, fu seguita da una stagione di gravissime violenze politiche e settarie, durante la quale la comunità cristiana copta divenne uno dei principali bersagli delle rappresaglie.
Nell’agosto 2013, soprattutto dopo lo sgombero dei sit-in dei sostenitori di Morsi al Cairo, gruppi di aggressori assaltarono chiese, monasteri, scuole cristiane, abitazioni e attività commerciali appartenenti ai copti.
Secondo la documentazione trasmessa alle Nazioni Unite nel settembre 2013, 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮 𝟲𝟭 𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝗲 𝗲𝗴𝗶𝘇𝗶𝗮𝗻𝗲 𝗳𝘂𝗿𝗼𝗻𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗮𝘁𝗲, 𝘃𝗮𝗻𝗱𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗲 𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗮𝗻𝗮𝘁𝗲. Numerosi edifici religiosi vennero incendiati, mentre altri subirono saccheggi e devastazioni.
Parallelamente, la penisola del Sinai era già teatro di una crescente minaccia jihadista. Il 5 agosto 2012, durante la presidenza Morsi, un commando terroristico aveva attaccato una postazione militare egiziana nei pressi di Rafah, uccidendo 16 soldati. L’episodio, ricordato come 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗺𝗮𝘀𝘀𝗮𝗰𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗮𝗳𝗮𝗵, rappresentò uno dei più gravi attacchi contro le Forze Armate egiziane in quella fase.
Negli anni successivi, il terrorismo nel Sinai si intensificò, soprattutto attraverso le attività di Ansar Beit al-Maqdis, organizzazione jihadista che nel novembre 2014 giurò fedeltà allo Stato Islamico, assumendo il nome di Provincia del Sinai dell’ISIS.
Il 𝟮𝟰 𝗻𝗼𝘃𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 𝟮𝟬𝟭𝟳 si consumò una delle pagine più tragiche della storia egiziana contemporanea: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗴𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝘀𝗰𝗵𝗲𝗮 𝘀𝘂𝗳𝗶 𝗱𝗶 𝗮𝗹-𝗥𝗮𝘄𝗱𝗮, nei pressi di Bir al-Abd, nel Sinai settentrionale.
Durante la preghiera del venerdì, un gruppo di terroristi attaccò i fedeli con esplosivi e armi automatiche, provocando la morte di almeno 305 persone, tra cui 27 bambini, e il ferimento di oltre cento civili.
L’attentato, di militanti jihadisti legati all’ISIS, colpì una comunità musulmana sufi, considerata eretica dall’ideologia estremista dell’organizzazione terroristica.
La strage di al-Rawda dimostrò come il terrorismo jihadista non prendesse di mira soltanto le istituzioni statali, le Forze Armate e le comunità cristiane, ma anche gli stessi musulmani appartenenti a tradizioni religiose differenti.
Questi avvenimenti, pur riconducibili a organizzazioni e responsabilità diverse, evidenziano la complessità della minaccia estremista affrontata dall’Egitto durante gli anni della transizione politica e della successiva presidenza di Abdel Fattah al-Sisi.
𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗚𝗘𝗢𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗗𝗢𝗖𝗨𝗠𝗘𝗡𝗧𝗜 𝗔𝗠𝗘𝗥𝗜𝗖𝗔𝗡𝗜
La documentazione oggi accessibile permette di stabilire un punto storico preciso: già durante l’amministrazione Eisenhower, Washington considerava alcuni rappresentanti della Fratellanza Musulmana interlocutori meritevoli di attenzione diplomatica e strategica.
L’incontro del 23 settembre 1953 e il dispaccio dell’ambasciata americana del 27 luglio dello stesso anno rappresentano due testimonianze concrete di questa politica.
L’indagine di Ian Johnson amplia ulteriormente il quadro, mostrando come la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica abbia favorito rapporti complessi tra apparati occidentali e organizzazioni dell’Islam politico.
Resta aperta la discussione sulla profondità di tali relazioni e sulle loro conseguenze nel lungo periodo.
La storia dell’Islam politico contemporaneo non può essere separata dalle strategie delle grandi potenze.
𝗙𝗢𝗡𝗧𝗜 𝗘 𝗥𝗜𝗙𝗘𝗥𝗜𝗠𝗘𝗡𝗧𝗜
National Security Archive, George Washington University, U.S. Propaganda Activities in the Middle East, documento n. 103, 27 luglio 1953.
Ian Johnson, A Mosque in Munich: Nazis, the CIA, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, Houghton Mifflin Harcourt, 2010.
Ian Johnson, Washington’s Secret History with the Muslim Brotherhood, The New York Review of Books, 5 febbraio 2011.
Ian Johnson, The CIA’s Islamist Cover Up, The New York Review of Books, 30 agosto 2011.
Hoover Institution, America, Germany, and the Muslim Brotherhood, analisi critica delle tesi di Johnson.
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