Il recente rapporto pubblicato sulla prestigiosa rivista medica The Lancet – firmato dai professori Sarah Hawkes e Kent Buse del think tank Global 50/50 – impone di guardare oltre la superficie della cronaca digitale e di analizzare la cosiddetta manosfera per quello che è realmente: non un movimento spontaneo di idee o di emancipazione maschile, ma un ecosistema commerciale parassitario.
Accanto a figure mediatiche ampiamente note come Andrew Tate, la galassia di questi movimenti si avvale di una fitta rete di influencer, podcaster e account coordinati – da attivisti dei presunti “diritti degli uomini” alle comunità incel, passando per le derive red pill e i trend del lookmaxxing – che agiscono come una vera e propria filiera della manipolazione. I dati sociologici e le analisi di salute pubblica dimostrano che la vera minaccia all’ordine sociale non risiede certo nella storica e sacrosanta conquista dell’autodeterminazione economica, del rispetto e della parità da parte delle donne – diritti inalienabili fondati sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani –, bensì in una macchina di profitto cinica e spregiudicata che lucra metodicamente sull’ignoranza, sulla solitudine e sul disagio giovanile, rilanciando al contempo le peggiori scorie del determinismo biologico ottocentesco.
1. La strategia di mercato: monetizzare il disagio maschile e la solitudine
A livello sociologico, la manosfera si muove intercettando una reale falla strutturale contemporanea: la profonda solitudine, l’ansia e lo smarrimento economico e identitario di un’ampia fetta di giovani maschi. Tuttavia, invece di offrire chiavi di lettura pedagogiche, filosofiche o psicologiche serie, questo ecosistema trasforma la sofferenza in una merce di scambio altamente redditizia.
Sfruttando gli algoritmi delle piattaforme social (da Instagram a TikTok) che premiano la polarizzazione e l’estremismo per massimizzare le visualizzazioni e le entrate pubblicitarie, la rabbia viene convertita in un modello di business spregiudicato. Come evidenziato dal parallelismo tracciato su The Lancet, la manosfera va trattata esattamente come l’industria del tabacco: un sistema che sfrutta dipendenze psicologiche e vulnerabilità, scaricando la colpa sui singoli individui mentre rastrella profitti miliardari.
2. Il fenomeno dei “finti guru” e la catena di Sant’Antonio dell’ignoranza
Al centro di questo sistema agiscono figure di sedicenti “guru” digitali – una fitta rete di micro-influencer, podcaster e autoproclamati coach sparsi tra Stati Uniti ed Europa – completamente privi di qualsiasi titolo accademico, di una minima preparazione pedagogica, filosofica o psicologica, e svincolati da qualsiasi controllo deontologico o ordine professionale.
Senza alcuna competenza strutturata, questa manovalanza culturale riduce la complessità del reale a slogan elementari, intrisi di rudimentali tecniche di programmazione neurolinguistica (PNL) e finalizzati a un unico scopo: adescare i giovani, depredarli economicamente attraverso corsi di “seduzione”, abbonamenti a community esclusive e consulenze fittizie, e trasformarli a loro volta in anelli di una catena di Sant’Antonio digitale. I ragazzi plagiati non solo finanziano questo sistema, ma vengono addestrati a replicare lo stesso schema per reclutare nuovi follower, in un circuito chiuso dove la misoginia, il sessismo e la normalizzazione della violenza di genere non sono che strumenti funzionali all’auto-propagazione del profitto.
3. Il revival neolombrosiano: sdoganare il razzismo e il sessismo scientifico in chiave “Glam”
Uno degli aspetti più inquietanti e regressivi della manosfera è il suo furioso tentativo di riportare indietro le lancette della storia della scienza, riesumando e attualizzando le peggiori teorie del determinismo biologico del XIX secolo, a partire dal neolombrosianesimo.
Questi gruppi stanno compiendo un’operazione di maquillage culturale cinico e pericoloso: rendono “glam”, esteticamente accattivanti e virali tesi pseudoscientifiche secondo cui le donne sarebbero strutturalmente inferiori, subordinate sul piano intellettuale e morale. Lo stesso identico schema discriminatorio viene applicato, in una deriva intersezionale dell’odio, alle persone nere, alle minoranze etniche, alle persone omosessuali e a qualsiasi categoria non conforme al canone eteronormativo bianco e patriarcale.
Per dare una patina di autorevolezza a queste farneticazioni, la manosfera ha persino creato pseudo-forum scientifici online e riviste-fantoccio, dove vengono pubblicati “studi” e metriche deliranti che ripropongono i vecchi cliché di Cesare Lombroso e dei razzisti scientifici dell’Ottocento – teorie che l’intera comunità scientifica internazionale ha condannato e archiviato da oltre un secolo. Questa operazione serve unicamente a giustificare la gerarchia sociale, legittimare la violenza e trasformare il pregiudizio atavico in un prodotto di consumo digitale.
4. Disinformazione sistematica, falsificazione dei dati e linciaggio delle professioniste
Questa architettura ideologica poggia su una strategia deliberata di disinformazione e delegittimazione istituzionale:
- La falsificazione delle statistiche: Contestano sistematicamente i dati certificati da governi, centri antiviolenza e organizzazioni internazionali (come l’OMS o l’ONU) sulla violenza di genere, arrivando a manipolare i numeri o a inventarsi cifre di sana pianta per sostenere la narrazione di una presunta “vittimizzazione maschile”.
- Campagne d’odio e linciaggio online: Quando sociologhe, giornaliste, magistrate, attiviste o psicologhe denunciano questi meccanismi con dati alla mano e rigore scientifico, diventano immediatamente bersaglio di campagne di linciaggio digitale, doxxing e minacce sistematiche, nel tentativo di intimidire e silenziare chiunque smascheri il loro business.
5. Il falso mito della natalità e la mistificazione reazionaria sui modelli di sviluppo
I teorici della manosfera e i reazionari tentano costantemente di imputare la crisi demografica e la denatalità all’emancipazione femminile, all’indipendenza economica delle donne e al rifiuto dei ruoli patriarcali tradizionali, sostenendo che una società in cui le donne studiano e lavorano sia destinata all’estinzione e che alti tassi di natalità si registrino laddove le donne restano relegate a ruoli subordinati.
A un’analisi sociologica e demografica rigorosa, questa tesi si rivela una mistificazione grossolana:
- Il fallimento dei paesi a forte impronta patriarcale: Paesi come l’Italia, la Corea del Sud e il Giappone – caratterizzati da una forte influenza patriarcale e da investimenti storicamente insufficienti in termini di welfare state, asili nido e tutele per la conciliazione vita-lavoro delle donne – registrano i tassi di fecondità più bassi al mondo.
- Il modello virtuoso del Nord Europa: Al contrario, i paesi avanzati che hanno investito massicciamente in un solido sistema di welfare state (ispirato alla migliore tradizione nordeuropea), offrendo servizi d’assistenza capillari, congedi parentali paritari e supporti concreti alle madri lavoratrici, presentano tassi di natalità significativamente meno critici e una maggiore stabilità sociale. L’emancipazione reale non distrugge la famiglia: la sostiene offrendo le condizioni materiali per procreare liberamente.
Dall’altro lato, evocare alti tassi di natalità tipici dei paesi in via di sviluppo (come in alcune aree dell’Africa o dell’Asia rurale) come modello auspicabile è non solo ecologicamente insostenibile per il pianeta, ma profondamente iniquo. In quei contesti, caratterizzati da altissima mortalità infantile e matrimoni precoci, i figli vengono ancora tragicamente strumentalizzati come mera forza lavoro e garanzia di sopravvivenza economica e sociale per le famiglie.
Il mondo sviluppato ed evoluto non può né deve arretrare verso modelli di sfruttamento dell’infanzia e di regresso civile. La via d’uscita dalla crisi demografica non passa per il ritorno a un patriarcato autoritario e arretrato, ma per un modello integrato basato sui diritti umani, sulla pianificazione familiare consapevole, sulla totale tutela dell’infanzia – dove i bambini studiano e non costituiscono forza lavoro – e su un welfare state evoluto che sostenga chi desidera genitorialità senza discriminare chi sceglie diversamente.
La manosfera e i suoi falsi guru non difendono la famiglia: la sfruttano cinicamente, trasformando l’ignoranza e l’odio in un impero finanziario transnazionale. Di fronte a un allarme di tale portata – che ha spinto istituzioni come il governo britannico a stanziare fondi mirati (15 milioni di sterline) e la comunità scientifica internazionale a invocare divieti severi sui social media analoghi a quelli imposti ai prodotti nocivi –, non è più tollerabile alcuna zona d’ombra regolamentare. La manosfera non è opinione: è un pericolo pubblico globale.
