Roberto Roggero – Che lo Stretto di Hormuz sia attualmente il più importante e strategico tratto di mare è cosa nota, vista la situazione, e anche che sia considerato uno degli obiettivi più probabili per una operazione offensiva della coalizione che ha aggredito l’Iran. Tuttavia, nonostante il continuo ammassamento di truppe, Donald “il biondone” non ha ancora dato il via.
Lo Stretto rigidamente monitorato da Teheran, anche grazie al sostegno delle informazioni di intelligence satellitare che la Cina ha messo a disposizione, e le conseguenze sul piano energetico sono evidenti per il resto del mondo, ma Washington continua a mostrare estrema cautela. Dietro questa apparente esitazione si nasconde una valutazione complessa dei rischi militari, politici e logistici legati a un eventuale intervento diretto.
La questione è più complessa in effetti: la sicurezza dello Stretto di Hormuz non vuol dire solo monitoraggio e controllo del mare, ma anche e soprattutto delle aree limitrofe, delle zone costiere sia dalla parte iraniana che da quella degli Emirati Arabi e dell’Oman, sebbene sia la parte iraniana quella sotto osservazione. Qui Teheran ha concentrato la maggior parte delle difese, in grado di coprire l’intera area dello Stretto ed eventualmente attaccare le navi che tentano di forzare il passaggio, con varie opzioni fra droni, missili, imbarcazioni veloci e dotazioni subacquee. Da considerare poi che nella precedente settimana, la Guisa Suprema, Mojtaba Khamenei, ha mobilitato oltre mezzo milione di soldati, per difendere il territorio nazionale.
Gli Stati Uniti si trovano di fronte un apparato difficilmente superabile, e per questo i timori di una devastante batosta sono ben comprensibili, soprattutto da parte dei militari che si sentono carne da cannone, per una guerra che sentono non loro, ma considerano capriccio di un comandante in capo ormai allo stadio mentale di delirio assoluto.
Un’azione offensiva si dovrebbe sviluppare in diverse fasi, di estrema complessità, perché prima di attaccare, le difese iraniane dovrebbero essere ridotte all’impotenza, vale a dire una meticolosa operazione preliminare contro postazioni radar, basi missilistiche e di lancio droni (estremamente difficili da localizzare poiché possono essere spostate continuamente), depositi, centri di comando e molto altro, quindi si dovrebbe garantire il traffico commerciale con una costante sorveglianza aerea e navale.
Da considerare attentamente è la presenza delle mine in mare. Hormuz è attualmente la zona più disseminata di ordigni esplosivi al mondo, e questo costituisce una complicazione più che notevole, poiché le operazioni di bonifica richiederebbero una tempistica molto lunga ed estremamente complicata, vista la varietà e la quantità di ordigni.
Inoltre, sarebbe necessaria una complessa e massiccia presenza di unità navali e di copertura aerea, all’interno del raggio di azione delle temibili difese iraniane.
Assicurare le rotte marittime significherebbe esporre navi da guerra e centinaia di militari a elevato rischio di attacco, in un contesto in cui l’Iran ha dimostrato di poter colpire con strumenti molto efficaci.
Anche la necessità di operazioni terrestri o incursioni lungo la costa rappresenta un fattore di rischio altissimo, non solo sul piami militare ma anche politico.
E non certo ultimo, i costi di una operazione a tal punto complessa e le relative perdite, sia di vite che di materiali
Per questo, Washington sembra preferire una strategia indiretta, puntando a ridurre gradualmente le capacità difensiva iraniane.
